• Settembre 2014 •
In questo passo troviamo il primo libro che ho letto di Osho, un autore che mi ha incuriosito sempre più mano a mano che i suoi scritti mi capitavano sottomano. Il titolo del libro, che mi ha subito attirato, è La mente che mente. Di primo acchito pensavo si trattasse di mentire agli altri, ma ho scoperto ben presto nella lettura che gli ingannati eravamo noi stessi. Cominciamo subito con la prima sottolineatura, dove rileggo:
Fino a quando non sarai tu a sapere, non saprai mai nulla.
Questa affermazione pone le fondamenta da cui partire per un percorso di crescita. Vale sia per le questioni pratiche, come imparare un lavoro manuale o comprendere un concetto che ci è stato spiegato, ma soprattutto per quello che non si può spiegare. Tutto quello che scriverò in questi passi, non può essere compreso solo con la lettura, ma deve divenire un’esperienza personale. Le parole sono importanti nel linguaggio e nella comunicazione, ma ci sono concetti che non possono essere tradotti in parole, e se anche fosse possibile, la comprensione delle stesse di ognuno varierebbe in infinite forme, riportandoci quindi alla necessità della propria esperienza. Trovare la verità attraverso l’esperienza però, secondo Osho, non è un desiderio di molti:
La verità non è remota, ma al mondo vi sono pochissimi fortunati che la desiderano.
e chiarisce subito che la realtà è solo una, affermando che:
Solo le bugie possono essere inventate; non è possibile inventare la verità.
Per spronarci in qualche modo (o forse l’avevo sottolineato per darmi io stesso uno stimolo) Osho dice che:
Per uscire dal tuo essere hai bisogno del combustibile del desiderio e del veicolo del pensiero.
Qui i ragionamenti si complicano, perché come sarà chiaro fra qualche sottolineatura, il desiderio viene in qualche modo sempre visto come qualcosa da abbandonare, e il pensiero come un elemento che ci può distrarre dall’esperienza senza giudizio. Ogni approfondimento di questi concetti ha come prerequisito in qualche modo quello di guardarsi dentro, ed ecco che arriva un cambio di prospettiva inaspettato, dove si legge:
Entrare in se stessi, di fatto, non è un andare dentro di sé; è semplicemente smettere di uscire all’esterno…
Sfogliando nuovamente il libro, la prossima sottolineatura che ritrovo è questa:
Poiché nessuno te l’ha data, nessuno te la può portare via.
Non ricordandomi a cosa faceva riferimento il concetto, ho riletto alcune righe precedenti e ho scoperto che si riferiva alla beatitudine dell’istante presente, considerando la consapevolezza del momento come qualcosa che se fatta nostra (indipendentemente dall’emozione provata in quel momento), nessuno può strapparci via.
Proseguendo trovo una delle possibili definizioni di ego, che ci possono aiutare a capire meglio questa parte di noi che spesso è molto lontana da quello che siamo:
L’ego è l’illusione creata dal pensare a se stessi in un modo e dal pensare agli altri in un altro.
Da questa frase si riesce a intravedere lontanamente il concetto di tutto unico, partendo dal primo passo che è quello di iniziare a pensare che non siamo speciali individualmente, rispetto agli altri, ma che l’essere speciali deriva dal fatto di far parte di qualcosa molto più grande, che senza di noi non esisterebbe. Avremo modo di affrontare questo tema in diversi miei passi successivi, come quello dell’arrendersi, non come potrebbe fare un soldato che non ha più speranze, ma piuttosto come chi si accorge che la lotta è sempre stata contro noi stessi, ed è quindi giunto il momento di rendersi conto che:
La resa è un fenomeno così grande che solo un uomo di grande volontà riesce a operarla: è la forma più evoluta della volontà. Abbandonare la tua volontà richiederà inevitabilmente una volontà totale.
Ripercorrendo le pagine del libro trovo una sottolineatura che, da padre, mi colpisce ancora una volta:
Il modo migliore per distruggere un bambino è annientare la sua fiducia in se stesso.
Mi rivedo bambino e ripenso a quelle volte in cui ho vissuto molteplici situazioni in cui la fiducia in me è stata attaccata, da nemici esterni o da lotte interne. Ho sbagliato e da ragazzo ho adottato una tattica drastica, letteralmente “decidendo” di avere fiducia in me stesso ad ogni costo, passando da un quasi annullamento ad una iper-fiducia. Nel breve, questo mi ha risolto svariate problematiche pratiche, ma a lungo andare ha portato ad una situazione in cui la convinzione che potevo fare qualsiasi cosa mi faceva alzare costantemente l’asticella dei miei obiettivi e la fatica per raggiungerli. Questo fino a che, nuovamente, questa volta in età matura, ho scoperto che era possibile anche arrendersi, e da questa resa riscoprire un nuovo approccio più sostenibile, dove la vera vittoria è l’accettazione della sconfitta. Da quel momento il mio percorso si è fatto ancora più interessante, e rileggendo la prossima sottolineatura che dice
L’uomo non è ancora un essere, nel vero senso della parola. È solo un divenire, è sulla strada. Sta ricercando, indaga, brancola; ancora non è cristallizzato. Per questo non sa chi egli sia – poiché ancora non è, come può conoscere chi egli sia? Prima che si possa conoscere, deve accadere l’essere.
mi ritrovo nel bel mezzo di quell’accadere dell’essere, non puntuale, ma in un processo di un tempo distaccato da quello dei giorni che scorrono.
La prossima sottolineatura apre ad una visione differente, rispetto a quella che ci hanno tramandato nei secoli:
Dio è un altro nome per indicare tutto ciò che esiste.
Come vi raccontavo in Dov’ero?, la mia visione cattolica originaria aveva un’idea di Dio come qualcosa, sicuramente con un significato, ma indefinito. Qualcosa, non qualcuno, perché l’idea che fosse sotto forma di “persona” mi è sempre sembrata non collimare perfettamente con quello che potevo immaginare. E anche perché “qualcosa” dà l’idea di essere più grande, di “qualcuno”, e quindi cosa c’è di più grande di tutto ciò che esiste?
A questo punto ritrovo queste due citazioni:
“Sammasati” significa: è presente la consapevolezza, ma senza un contenuto.
“Aes dhammo sanantano, questa è la legge suprema della vita”, e cioè che tu scompaia per trovare te stesso.
Sammasati è l’ultima parola pronunciata da Budda prima di morire, e il suo significato è “ricorda chi sei”, cioè non solo corpo e pensieri, ma consapevolezza. Ma dobbiamo necessariamente giungere sul letto di morte per perdere il superfluo e ritrovare la consapevolezza? Non credo, ma sicuramente quell’istante ci porterà la capacità di scoprire cosa non ha mai avuto senso portarsi addosso.
Giungendo verso la fine del libro trovo una sottolineatura che riprende il tema della felicità, che ho cominciato ad affrontare nel passo precedente Libera la mente:
Nel momento in cui un uomo pone delle condizioni alla sua felicità, è condannato: rimarrà infelice per il resto della sua vita. La felicità non è condizionabile: non occorre nulla per essere felici.
Se prima scrivevo che era opportuno smettere di cercare la felicità (pensando quindi “sarò felice se”), qui leggiamo che non occorre nulla per essere felici, riportando la questione al nostro interno anziché al di fuori di noi stessi; ha senso iniziare a pensare alla felicità come a un modo d’essere, non a qualcosa da avere.
L’ultima sottolineature avrebbe avuto senso accostata a qualche commento precedente, ma mi piace sfogliare i libri letti nello stesso modo in cui l’ho fatto la prima volta, perché questo ripercorre come i miei pensieri sono sedimentati nel tempo, per divenire qualcosa di diverso man mano.
Non puoi essere un credente e al tempo stesso essere religioso. Se vuoi essere religioso, devi lasciar cadere ogni professione di fede.
Qui Osho si riferisce al fatto che non possiamo credere a quello che ci dicono (o meglio possiamo, e si chiama fede). Se vogliamo essere religiosi, inteso qui come di riguardo, di cura verso noi stessi, dobbiamo fare esperienza di qualcosa, invece che crederci e basta.
Giunti al termine delle sottolineature, posso riscoprire i miei segnalibri, che in tutti i libri di Osho sono sempre aperture a nuovi modi di pensare le cose.
I nove stati dell’essere
Secondo Osho, ci sono nove stati dell’essere, intesi come livelli in cui possiamo calarci fin nel profondo di noi stessi o salire fino alla verità assoluta. Prima di analizzarli, partiamo da una considerazione di Osho in cui leggiamo:
La consapevolezza è eterna, non conosce morte. Solo l’inconsapevolezza muore. Pertanto se rimani inconsapevole, addormentato, dovrai morire ancora.
Osho dice che siamo tutti addormentati e infatti separa lo stato di mente “cosiddetta” cosciente, dove noi “crediamo” di essere coscienti, da quello di mente cosciente, raggiungibile con la meditazione per ottenere barlumi di consapevolezza. Cominciamo quindi ad approfondire questi nove stati dell’essere, attraverso lo schema seguente (potevo essere digitale, come mi capita di fare la maggior parte del mio tempo, ma un approccio analogico mi sembra più appropriato in questi passaggi).

Procedendo verso il basso, troviamo due volti noti della storia della psicologia. Il primo, Freud, intuisce l’esistenza di quello che chiama subconscio (si può sentire la mente bisbigliare, ma non la si può comprendere) e inconscio (lo si incontra nei sogni, ed è individuale, rappresentando la parte di noi a cui non è stato permesso di esprimersi). Il secondo, Jung, estende in concetto precedente definendo l’inconscio collettivo (lo si incontra solo entrando in una profonda ricerca introspettiva nella mente inconscia, e racchiude l’intero genere umano). Osho si spinge ancora più in profondità, dicendo che esiste un altro stato non ancora scoperto dalle ricerche psicologiche, l’inconscio cosmico, che rappresenta la natura.
Con un percorso contrario a quello appena descritto, che parte dalla mente cosciente e risale gli stati dell’essere, attraverso il pensiero di Sri Aurobindo, troviamo la mente superconsapevole (dove si è raggiunta la consapevolezza totale e non si ricade più nell’inconsapevolezza, neanche nel sonno) e il superconscio collettivo (che nelle religioni rappresentano le divinità). Anche in questo verso, Osho aggiunge un ultimo stato, la superconsapevolezza cosmica, per giungere alla verità.
Non importa se diamo un senso a tutti questi stati o solo ad alcuni, ma quello che conta è il fatto che ci sono diverse possibilità di collegamento fra il terreno e il divino, e muoversi solo in un verso comunque lascia dei vuoti che non possono portare ad una completezza. È interessante inoltre l’aggettivo collettivo, che sia inconscio o superconscio, che lascia trasparire il fatto che tutto è collegato a noi in qualche modo, aprendo un territorio di nuove scoperte.
Fuga dalla e nella vita
Nel segnalibro successivo ritrovo un piccolo passo in cui Osho afferma che l’uomo vive una vita falsa, sempre proiettata nel futuro. Non si accorge che la vita è oggi (anzi, qui-e-ora) e il domani non arriva mai. Qualsiasi cosa giunga, giunge nel qui-e-ora, ma quell’uomo non sa vivere nel qui-e-ora, ma solo fuggire da esso, attraverso la via chiamata desiderio. Conclude questa piccola discussione dicendo che la meditazione significa rilassarsi nel momento presente. La meditazione non è una fuga dalla vita, ma una fuga nella vita. La mente e il desiderio sono invece una fuga dalla vita.
La mente è sempre proiettata nel futuro o aggrappata ai ricordi passati. Se cerchiamo di assottigliare questi intervalli temporali facendoli tendere sempre più verso l’istante presente, noteremo che la mente via via sfuma, fino a che nel qui-e-ora scompare, lasciando spazio solo all’esperienza del momento nella consapevolezza. Appena la mente riprende sostanza, ci ritroviamo nuovamente nel passato o nel futuro.
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