• Agosto 2015 •
Dopo aver letto diversi libri di Osho ed essermi interessato maggiormente a ciò che aveva scritto, lessi in qualche bibliografia che nel suo libro Cogli l’attimo si affrontava più in dettaglio il tema della meditazione, e allora decisi di acquistarlo. Scoprii che effettivamente erano citati diversi stili di meditazione, ma mai avrei immaginato che questo testo mi avrebbe portato a molteplici sottolineature, che rileggendo ora ritrovo come fili di grafite ancorati alle pagine, sui cui le parole restano nell’equilibrio naturale del funambolo, che riesce con naturalezza a mantenere un’armonia di cui noi non saremmo capaci. Sul primo di questi fili rileggo:
La tua vita non è propriamente tua: è la vita che il cosmo continua a riversare in te, a ogni istante. […] L’esistenza si è premurata di tenere in mano tutte le funzioni vitali […] Nel momento in cui, in meditazione profonda, tocchi le tue radici, scoprirai che una soglia si apre sul trascendente e saprai che la vita si riversa in te da quella dimensione, a ogni istante. Più ti aprirai, rispetto a quel centro, più vita avrai: una vita straripante, al punto che vorrai condividerla con il mondo intero, e anche allora sarà inesauribile.
Nuovi punti di vista: quelli di cui sono sempre stato vorace. Qualcosa che si riversa in me da un esterno che in realtà è dentro di me, sempre che esterno ed interno abbiano un qualche tipo di significato. Qualcosa che pur condividendola totalmente sarà inesauribile. Mi domandavo quindi cos’era quel qualcosa, ma il cammino era ancora lungo per potermi avvicinare a quel concetto. E poi, di punto in bianco, questa sottolineatura:
Le religioni che credono in Dio possono rispondere finché si chiede: “Chi ha creato l’esistenza?”. Hanno una risposta prefabbricata: “L’ha creata Dio”. Ma poi ecco l’interrogativo: “Chi ha creato Dio?”. Infatti, se tutto richiede un creatore, anche Dio deve averne uno. E se Dio non ne ha uno, perché preoccuparsene? Perché non accettare l’esistenza in sé, senza un creatore? Visto che si deve accettare qualcosa di non-creato, è meglio fermarsi all’esistenza come Assoluto: quantomeno, in questo caso, la conosciamo, ne siamo parte. Dio è solo un’ipotesi. L’esistenza è una realtà. […] Una risposta vera implica la scomparsa della domanda.
Devo di re che probabilmente questa affermazione di Osho è quella che per prima mi ha fatto ripensare alla mia idea di religione cattolica, come l’avevo definita quando descrivevo dov’ero. Addentrandomi in un tema così delicato e personale come quello religioso, vorrei dire prima di tutto che rispetto ogni religione, perché tutti arriviamo ad un punto in cui non abbiamo risposte e dobbiamo trovare in qualche modo degli appigli che ci facciano sentire in equilibrio. Le religioni sono probabilmente gli appigli su cui la maggior parte della popolazione mondiale fa affidamento per arrivare a quelle risposte che non riesce a darsi, ma ho capito che più che cercare risposte, ha senso smettere di fare domande. Perché le domande nascono dalla mente, che necessariamente non può risolvere questioni in cui fa parte del problema. Eliminando le domande, le risposte non hanno più senso, o meglio in qualche modo il loro bisogno viene sostituito dall’esperienza senza la necessità di una spiegazione. Ciò non significa che ho smesso di farmi domande, e i passi che stai leggendo in questo blog ne sono la riprova, ma è cambiata la mia aspettativa sulle risposte. Tale processo è ben sintetizzato nella prossima sottolineatura che ritrovo, dove si afferma che
L’ignoranza non ha inizio, ma ha una fine. La consapevolezza ha un inizio, ma non ha fine.
La mia (personale, come quella di ognuno di noi) consapevolezza, in questo percorso senza fine, ha avuto inizio quando ho tentato di dissociare l’idea di me da quella della mia mente, quasi per cercare di trovare il modo di seguire un suggerimento:
Se tagli le radici, l’intero albero muore […] Le radici della mente si trovano nel tuo identificarla con te stesso.
Come prende forma la mente? Interessante provare a capirlo seguendo queste parole di Osho:
L’uomo nasce senza una definizione: sa di essere, ma non sa chi sia. […] Nell’uomo l’esistenza precede la sua essenza. […] Per qualsiasi altra cosa, prima viene l’essenza: il seme, il programma essenziale, il disegno di fondo. […] Nell’uomo accade l’esatto opposto. Prima inizia a vivere, senza alcun programma, senza alcun disegno di fondo, senza essere programmato in alcun modo. Inizia semplicemente a vivere come un nulla, come un nessuno. Poi, piano piano, deve creare la propria identità, deve creare se stesso. Deve darsi una forma… da qui l’ansia. Forse ci riuscirà, forse non ci riuscirà: chi può dirlo? L’uomo non ha alcuna garanzia.
Questo percorso (o processo, come dice Osho) ha una fine? O meglio, esiste una fine del processo in cui la mente non è più il padrone della nostra idea di noi stessi e si giunge infine alla nostra vera essenza?
L’uomo non è un essere perché non è prefabbricato, non è un essere in quanto è un processo. Dunque, l’uomo è un ponte: dev’essere oltrepassato, si deve crescere al di là di esso; ciò vuol dire che per trovare se stesso deve andare al di là di se stesso. L’uomo sta continuamente cercando di trascendere se stesso, di oltrepassare se stesso.
Come si può andare al di là di noi stessi? Non ho la risposta a questa domanda, ma come sempre quando non so, tento, e il mio tentativo pratico è stato avvicinarmi alla meditazione, da cui la curiosità iniziale che mi ha portato all’acquisto di questo libro. In effetti nel testo si trovano diverse tecniche di meditazione, di cui riporto quelle che avevano in qualche modo risuonato nelle mie corde, ma senza addentrarmi nella loro descrizione, che ci porterebbe lontani da quello che voglio trasmetterti nella lettura di queste righe. La prima su cui trovo un mio piccolo segno a matita lasciato nel passato per ricordarmi di lei è la Meditazione Devavani (pag. 49), seguita dalla Meditazione del fiore d’oro (pag. 102), Un metodo per spezzare ogni identificazione (pag. 105), Una tecnica per vedere la fonte delle emozioni (pag. 117) in cui rispunta una mia sottolineatura che mi ricorda che
Noi proiettiamo i nostri stati d’animo sugli altri
Una consapevolezza sempre più sottile (pag. 129) in cui altre sottolineature mi insegnano come progredire attraverso tre passi
1) Diventa consapevole mentre compi l’azione; 2) Essere consapevole prima di compiere l’azione; 3) Impadronirsi di questo processo, che alla fine sfocerà in un’azione, prima che diventi un pensiero. […] Prima che qualcosa diventi un’azione è un sentimento.
Questa prima carrellata sulla meditazione viene interrotta da un’altra sottolineatura che mi ricorda che
L’ansia è creata solo dal passato o dal futuro.
per riportarmi immediatamente subito dopo con una definizione di meditazione
In una parola, meditazione vuol dire osservare la mente, essere un testimone della mente.
a quella che ha riverberato in me fin da subito, prima ancora che cercassi una tecnica, ossia la Meditazione Vipassana (pag. 143), perché forse già sapevo che
Quando entri in uno stato profondo di Vipassana, resterai sorpreso: lo conosci, lo conoscevi già da prima. Lo riconoscerai immediatamente perché, per nove mesi nel grembo di tua madre, sei stato in quello stesso spazio, di non-fare, solo essere.
Applicando questa tecnica di meditazione è stato possibile, magari anche solo per brevi momenti, liberarmi dei continui pensieri, per raggiungere uno stato che potrei definire come di “espansione”, non perché mi sentissi più grande, ma piuttosto parte di qualcosa più grande. Con altre parole Osho descrive tale processo in questo modo:
Quando in te cesserà ogni divenire, il tuo essere comincerà a esistere.
Nel testo viene citato ad un certo punto un concetto espresso da Søren Kierkegaard, un filosofo danese di metà ‘800, il cui pensiero più volte si è intrecciato con i miei, facendomi valutare altri punti di vista che non avrei mai considerato. In questo contesto Osho riprende un concetto ben preciso:
Kierkegaard ha formulato il concetto di “terrore”: dice che l’uomo vive nel terrore. Cos’è questo terrore, questa paura? La paura è questa: tu sei semplicemente una potenzialità e nulla di più. Hai soltanto esistenza, non essenza; puoi crearla, ma puoi anche non farlo. La responsabilità è tua: è una situazione terrificante. Nulla è certo, l’uomo è insicuro.
Credo che se seguiamo questo concetto di “terrore”, che possiamo provare in maniera conscia o inconscia, possano esserci due strade (consce o inconsce) che possiamo seguire. La prima è creare un’immagine di noi stessi che faccia risaltare tutte le nostre potenzialità, reali o presunte, agli occhi degli altri, per riflettere su di noi la stessa immagine che vogliamo vedere di noi stessi. La seconda via credo sia più un sottrarre che un aggiungere; togliere strati che ci hanno posto o ci siamo posti su quello che stava sotto, ossia la nostra vera essenza. La prima possibilità potrebbe procedere all’infinito, aggiungendo continuamente particolari alla maschera che indossiamo, ma al contempo facendola divenire sempre più pesante da portare. Nel secondo processo invece ci muoviamo verso qualcosa che non può che convergere in quello che non si può più ridurre, in quanto la nostra essenza è ciò che realmente siamo, e questa logica sottrattiva porta paradossalmente nel passo finale a qualcosa di molto più grande di quello che eravamo al’inizio del processo. È proprio questo che intendevo prima con il concetto di “espansione” attraverso la meditazione Vipassana. Quello che io ho descritto come un’espansione, può essere immaginato anche come un risveglio (anche solo temporaneo). Se seguiamo questa nuova linea interpretativa significa che allora siamo addormentati (permanentemente) è tutto quello che viviamo è un sogno. Detta così può sembrare un’affermazione assurda, ma come ho già scritto più volte, per cambiare modo di pensare dobbiamo necessariamente considerare (non necessariamente accettare) pensieri che non nascono dalla nostra mente, che ragiona sempre per associazioni con schemi che già risiedono al suo interno. Procediamo quindi in questa idea di vivere in un sogno: come fare per capire come uscirne? Per imparare a svegliarci, forse è meglio partire da un’affermazione forte, che però rende il concetto un po’ più chiaro:
Ciò che nella morte permane è reale, ciò che scompare era un sogno.
Qui viene introdotto un nuovo concetto, quello della morte, che spesso terrorizza le persone. In uno dei prossimi passi tratterò anche di questo tema, ma per il momento è bene che sedimenti l’affermazione dell’ultima sottolineatura, di modo tale che il processo di cambio dei pensieri in te proceda. Quando pensi a quello che permarrà dopo la tua morte, fallo con gli occhi rivolti verso di te, non verso quello che crederai di vedere fino a quell’istante.
La prossima sottolineatura (che in realtà è una piccola storia) prosegue nell’intento di spiegare al lettore la dicotomia fra mente e meditazione.
Mente e meditazione sono del tutto simili alla luce e all’oscurità. Ho sentito dire che una volta l’oscurità si rivolse a Dio e gli disse: “Non ho mai fatto del male al tuo sole, eppure quando sorge al mattino, inizia a vessarmi, non fa che inseguirmi e mi spinge via in continuazione. Non faccio che correre, per tutto il giorno, e la notte non riesco neppure a riposarmi perché il mattino successivo questa storia ricomincia. Perché si comporta così? io non gli ho fatto nulla di male: dovresti vietargli di darmi la caccia in questo modo. È ingiusto…” Dio disse: “Lo capisco, chiamerò subito il sole per chiedere ragione di questo suo comportamento”. E il sole fu chiamato e ammonito: “Perché continui a vessare l’oscurità? Che cosa ti ha fatto?”. Ma il sole replicò: “Io non ho mai incontrato alcuna oscurità, non la conosco, nessuno me l’ha mai presentata. Che cosa intendi con ‘oscurità’? Dov’è? Per favore, mostramela, portala qui davanti a me, così che io possa vedere di chi stai parlando”. E Dio ha visto l’oscurità e ha visto il sole, ma non è ancora riuscito a metterli l’uno di fronte all’altra. È impossibile. E anche il sole ha ragione nel dire: “Se non mi metti di fronte a quell’entità che si lamenta di me, come posso smettere di fare una cosa della quale finora non mi sono mai reso conto?”. La stessa cosa vale per la mente e la meditazione. Quando arriva la luce della meditazione, la mente scompare, così come accade all’oscurità; ecco perché la mente non è in grado di comprendere la meditazione.
Rileggendo l’ultima frase, forse per quello è così difficile comprendere la meditazione attraverso la mente, e ancora di più provare a scrivere qualcosa che cerchi di far comprendere il mio punto di vista sull’argomento. Infatti ho già parlato di “espansione”, che è il concetto in cui personalmente mi ritrovo. Quando parlo di espansione, non intendo quella che si può immaginare relativamente a un palloncino che si gonfia, quanto piuttosto a confini (immaginari) che scompaiono. Questo viene ripreso dalla prossima sottolineatura, che riporta:
Nella consapevolezza di sé l’interno e l’esterno sono scomparsi: esiste soltanto l’uno. Interno ed esterno sono frutto della divisione della mente.
In questo distacco fra interno ed esterno, ci sono anche altre sfumature, e il punto di contatto in questa separazione che creiamo è rappresentato dai nostri sensi.
Tu vedi attraverso gli occhi. Ricordalo: ti vedi attraverso gli occhi. Gli occhi non possono vedere: tu vedi attraverso di essi. Colui che vede è celato dietro, gli occhi non sono altro che l’apertura, le finestre. Ma noi continuiamo a pensare che vediamo con gli occhi e sentiamo con le orecchie. Nessuno ha mai sentito con le orecchie: tu ascolti attraverso le orecchie, non con le orecchie. Colui che ascolta è nascosto dietro. Le orecchie non sono altro che organi riceventi.
Tramite i sensi (corpo) interpretiamo un mondo creato (dalla mente) attraverso le informazioni ricevute, e chi osserva questo processo (anima), se riesce ad accorgersi del sogno che sta vivendo, si pone ad un nuovo livello di consapevolezza.
Dio non è una persona che esiste da qualche parte, Dio è l’esperienza delle tre energie di cui sei composto – corpo, mente e anima – che entrano in un’unità tale da far sorgere il quarto stato: è sempre presente quando queste tre forme di energia funzionano all’unisono, non è altro che quell’unità organica. E il quarto stato è ben più della somma totale delle parti.
Il processo che abbiamo delineato, sul piano terreno, è ciclico, e ci porta ad un momento ben preciso a cui abbiamo accennato precedentemente: la nostra morte.
Se rimani consapevole nel momento della tua morte, avrai una rinascita del tutto diversa. Chi muore consapevole, rinascerà consapevole. Chi muore inconsapevole, rinascerà inconsapevole. Chi muore nella consapevolezza potrà scegliere l’utero più adatto alla propria rinascita: ha la facoltà di scegliere, l’ha guadagnata. Chi muore nell’inconsapevolezza non avrà diritto di scegliere l’utero in cui rinascere, cadrà in un utero qualsiasi, inconsapevolmente, per caso. Chi morirà totalmente consapevole in questa vita rinascerà soltanto una volta, perché la volta successiva non avrà bisogno di ritornare. Gli rimarrà solo un po’ di lavoro da fare su se stesso: lavoro che porterà a termine nella sua prossima vita. A chi morirà totalmente consapevole in questa vita rimarrà una sola cosa da fare: non ha avuto il tempo di trasformare in compassione la propria consapevolezza. Nella sua prossima vita potrà irradiare la propria consapevolezza come compassione. E, fino a quando la consapevolezza non si sarà trasformata in compassione, qualcosa resta incompleto, qualcosa resta imperfetto.
Questa è la visione di Osho. La mia non può spingersi così nel dettaglio, né tantomeno dirti cosa avverrà dopo la morte. Credo però che se riusciamo a far cadere il concetto di Sé, per abbracciare qualcosa di più ampio che non faccia solo riferimento al singolo individuo, quel qualcosa non può di certo sparire nel nulla in un dato momento, e questo sicuramente toglie il terrore con cui molte persone continuano a convivere.
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