• Maggio 2016 •
Avevo sentito nominare l’autore di questo libro, Deepak Chopra, ma non avevo mai avuto l’occasione di leggere un suo libro. Quando mi è capitato sottomano Le Coincidenze, il titolo mi ha in qualche modo fatto pensare alla serendipità, e allora mi sono subito tuffato nella lettura. La prima sottolineatura mi fa ritrovare in un’ambientazione che credo sia comune a tutti noi:
Siamo bambini che giocano a nascondino e sperano di essere catturati, desiderando al tempo stesso di passare inosservati e mordicchiandosi le unghie per la tensione.
L’essere catturati rappresenta il fatto che qualcuno si accorga di noi, mentre la nostra paura di apparire “sbagliati” ci spinge a nasconderci dagli occhi di chi temiamo. Siamo inoltre continuamente combattuti nel decidere quali sono gli individui della prima situazione rispetto a quelli della seconda, scoprendo che spesso sono la stessa persona. L’ultimo ingrediente di questa prima sottolineatura è la tensione, continua, che ci toglie così tante energie e non ci permette di essere sereni, anche quando pensiamo di esserlo.
In questo semplice scenario, sembra che ci siano almeno tre tipologie di attori: noi stessi, gli altri “buoni” e gli altri “cattivi”. Anche senza soffermarci troppo sulla definizione di quello che per ciascuno di noi significa “buono” o “cattivo”, sembra ovvio (anche per quello che “pensiamo” di vivere ogni giorno) che ci siano altre persone al di fuori di noi. Lo so che questa mia affermazione rappresenta una bomba nucleare nel tuo modo di pensare, e probabilmente ti stai chiedendo se hai capito bene cosa ho scritto o semplicemente hai già categorizzato l’idea come un nonsenso.
Prima di passare alla prossima sottolineatura, che potrebbe darti qualche elemento di chiarimento in più su quanto ho appena scritto, vorrei farti comprendere come la narrativa dei miei passi si componga di due elementi distinti, ma fusi insieme allo stesso tempo. Ho letto questo libro nel maggio del 2016, e ho scritto questo passo più o meno nello stesso periodo del 2021. Sono passati cinque anni, in cui i miei pensieri sono mutati spesso, diventando quello che sono ora anche grazie a tutte queste sottolineature. Rileggerle insieme a te mi permette da un lato di rivivere una seconda volta, in maniera sicuramente differente, le sensazioni che mi dettero e dall’altro di inserire degli elementi aggiuntivi che alla prima lettura non possedevo.
Tornando al testo, dandoti altri spunti su cui riflettere, la seconda sottolineatura riporta:
Il livello basico e fondamentale della natura non è materiale; non è nemmeno il brodo dell’energia e delle informazioni, ma soltanto potenziale allo stato puro. Questo strato di realtà non-locale agisce al di là del tempo e dello spazio, che qui non esistono. Lo chiamiamo «non-locale» proprio perché non può essere confinato e delimitato a un luogo preciso – non è dentro di noi o là fuori da qualche parte, ma semplicemente è.
Prima di entrare nel profondo di queste righe, credo sia utile chiarire alcuni termini che ai non appassionati di fisica risultano quantomeno travisabili. Il Principio di Località afferma che oggetti distanti non possono influenzarsi uno con l’altro o, in altre parole, un oggetto è influenzato direttamente solo da ciò che si trova nelle sue immediate vicinanze (in realtà anche il concetto di vicinanza è opinabile, e ovviamente ha senso solo nell’esistenza dello spazio percorso in un dato tempo). Non-Locale, cercando di sintetizzare al massimo, significa che i due oggetti dell’esempio precedente possono trasferirsi informazioni in maniera istantanea (indipendente quindi dallo spazio che le separa, se vogliamo ancora ancorarci a un concetto che inizia a vacillare in questi discorsi).
Con questa piccola introduzione, sarà più accettabile l’accostamento del concetto di non-locale con quello di assenza di spazio e tempo. Se un’informazione può essere trasferita istantaneamente fra due oggetti, significa che dovrebbe percorrere con una velocità infinita (violando il limite superiore dato dalla velocità della luce) lo spazio che li separa o, più semplicemente, che lo spazio fra i due oggetti non esiste.
Se lo spazio fra due oggetti non esiste, inizia ad avere senso il concetto di un tutto unico, al di fuori dallo spazio (e quindi anche dal tempo, visto che il concetto di spazio-tempo è unico). Non c’è più quindi un “Io” e degli “altri”, anche se la nostra mente ci dice tutt’altro. È proprio la nostra mente a creare quello che ci appare come reale e questo è ben espresso da un commento che lessi su Facebook poco prima di iniziare la lettura di questo libro, in cui era scritto:
«Dopo la morte» è un’espressione vuota di significato. La morte coincide con la cessazione dell’esperibile e di ogni forma di categorizzazione dello stesso, inclusa quella spazio-temporale. Questo non significa necessariamente che la morte converga nel nulla, ma solo che tutto ciò che ha a che fare con l’attuale rappresentazione del mondo scaturente dal soggetto pensante e quindi creante, cessa di avere rilevanza.
Questo commento si collega perfettamente alla prossima sottolineatura del libro, che riporta il pensiero dell’autore riguardo a cosa si aspetta dopo la morte.
Al momento della nostra morte terrena, l’anima esegue un balzo quantico nella creatività, quasi volesse dire: «Ora devo esprimere me stessa attraverso un nuovo sistema corpo-mente o incarnazione». L’intento deriva dunque dall’anima universale, si localizza in un’anima individuale e si esprime infine attraverso una mente locale individuale.
Qui a mio avviso emerge l’origine indiana dell’autore, che (almeno per quello che immagino io) è influenzato dalla cultura buddista, e quindi dal concetto di reincarnazione. Allontaniamoci però da questi concetti religiosi per cui ognuno di noi può avere sensibilità differenti, e proviamo a mantenere un certo livello di astrazione per procedere nel ragionamento in cui ci siamo immersi. Se pensiamo l'”anima universale” come il tutto unico a cui abbiamo accennato prima, e l'”anima individuale” come il nostro concetto di “Io” che sopravvive al nostro corpo mortale attraverso cui si esprime nella realtà creata da noi, possiamo raggiungere un piano comune di comprensione.
Se mi hai seguito fino a qui, potresti chiederti che senso ha parlare di tutto unico (che contiene quindi ogni cosa, materiale e non) se nella frase successiva si considera una sua parte separata. Questo assume un significato preciso se facciamo un’ulteriore considerazione, questa volta riguardo all’osservazione, un tema su cui ritorneremo sicuramente in altri passi. Come può un tutto unico fare esperienza di se stesso? È più facile rispondere a questa domanda se la caliamo sulla nostra esperienza (torniamo al concetto di “esperibile” del commento precedente), che non è possibile senza punti di riferimento esterni a noi. Se voglio vedere se ho i capelli spettinati, ho bisogno di uno specchio, non posso fare esperienza di ciò senza un elemento esterno. Il tutto unico non ha uno specchio (o meglio lo specchio è al suo interno, contenuto nel tutto, per l’appunto) e quindi come può esperire se stesso? Prendendo quello specchio al suo interno e portandolo all’esterno.
Sai cos’è quello specchio?
TU
Avremo modo di parlare nei prossimi passi del concetto di separazione, che è nato da questo apparente distacco dal tutto unico, mentre ti ricordo che relativamente al concetto di specchio ho scritto qualcosa nel passo precedente Il potere del cervello quantico.
Ci sarebbe tanto da dire su questi argomenti, e avremo modo di approfondirli in altri passi, ma ora è giunto il momento di procedere con la prossima sottolineatura del libro.
La natura è vibrazione.
Possiamo arrivare a questa conclusione attraverso percorsi differenti, anche se qualcuno potrebbe non sentire nelle proprie corde questa affermazione. Se partiamo dal punto più distante, ma più semplice, potremmo dire che la natura è tutta la materia che ci circonda. La materia però è energia, come ci ha insegnato Einstein con la sua celebre formula, e l’energia si può manifestare sotto molteplici forme. Se penso al termine energia, la prima cosa che mi viene in mente è l’elettricità, ma ci sono tantissime altre forme in cui essa si concretizza, come il calore, o il magnetismo. Se però ci soffermiamo su queste forme (non me ne vogliano i fisici che leggeranno queste righe se semplifico troppo o se includo qualche errore nelle mie discussioni), scopriamo che l’elettricità è data da particelle cariche che scorrono, il calore da particelle che si agitano sempre più e il magnetismo dal movimento delle cariche elettriche a cui abbiamo accennato per l’elettricità. In una parola sola: da vibrazioni. Se per estensione pensiamo ai neuroni del nostro cervello, che si scambiano informazioni attraverso la trasmissione di impulsi elettrici attraverso le sinapsi, anche in questo caso siamo in presenza di vibrazioni. Sto parlando ovviamente dei nostri pensieri, collegandoli alle vibrazioni e, con un passaggio forse ora prematuro per il percorso che sto condividendo con te, alla natura intrinsecamente collegata agli stessi, come si può intuire dalla prossima sottolineatura, dove l’autore afferma che
le intenzioni attirano gli elementi, le forze, gli eventi, le situazioni, le circostanze e i rapporti interpersonali che consentono loro di compiersi. Noi non abbiamo alcun bisogno di essere in qualche modo coinvolti nei dettagli – anzi, impegnarsi con troppo vigore può rivelarsi controproducente. Lasciamo che l’intelligenza non-locale sincronizzi i gesti dell’universo e agisca per nostro conto.
Cosa intende Deepak Chopra con questo? Se compreso, almeno in parte, lascia uno spiraglio in cui insinuarsi, verso una comprensione diversa del mondo che ci circonda: sono i nostri pensieri che, in maniera non-locale, creano il nostro esperibile.
Questo avviene per tutte le forme di pensiero (conscio ed inconscio) e, per cominciare a comprendere maggiormente questi aspetti, dobbiamo prima di tutto affrontare il fatto che non siamo i nostri pensieri. Possiamo generarli, ma un errore fondamentale è l’identificazione con essi. Ad esempio
La rabbia viene scatenata dal dolore. Noi dobbiamo descrivere la sofferenza da un punto di vista imparziale.
Quando riusciamo ad isolare e osservare le nostre emozioni, raggiungiamo un nuovo livello di consapevolezza e possiamo semplicemente viverle, senza aggrapparci a esse o tentare di respingerle. Oltre a questo, possiamo decidere cosa pensare, e focalizzandoci nei pensieri voluti (ossia consci e non nati dalla nostra mente) possiamo farli divenire inconsci, facendo nascere una vibrazione/energia/natura continua, che diventa la nostra percezione e quindi la nostra realtà (con la r minuscola) che viviamo. Come tutte le nostre competenze, per acquisire questa abilità dobbiamo allenarci, mettendoci l’impegno necessario. Non sono cose che accadono da sole, dobbiamo voler acquisire queste capacità, che ci permettono mano a mano di raggiungere una consapevolezza sempre maggiore. In questo processo
La conoscenza è diversa nei differenti stati di coscienza
e questi “stati” rappresentano i livelli di distacco e osservazione che possiamo raggiungere gradualmente, mentre l’essere osservatori di noi stessi diviene un’abitudine.
Per completare questo passo, credo che l’ultima sottolineatura del libro rappresenti una sintesi perfetta di tutto quanto fin qui affrontato, concludendo con una considerazione che sicuramente ti farà considerare te stesso in maniera differente.
All’inizio l’Uno disse a se stesso: «Io mi differenzierò nei molti, diventando così tutti coloro che osservano e tutte le scene che sono osservate». L’Uno entrò dunque nei molti, e divenne il Sé di ciascuno di loro. L’Uno è l’essenza di tutte le cose, l’essenza sottile di tutto ciò che esiste. Lo sei anche tu.
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