• Luglio 2018 •
Il concetto di karma non è mai stato nelle mie corde, quindi devo dire che quando ho letto il titolo No time for karma del libro di Paxton Robey, ho immaginato che avrei trovato al suo interno qualche considerazione dell’autore da mettere a confronto con il mio pensiero.
La prima sottolineatura è stata disarmante:
Preferisci avere ragione o essere felice?
Questa frase in realtà è tratta da Un corso in miracoli, un libro che nel mio passato ricorrerà sempre più spesso da qui in avanti, fino al passo futuro che scriverò.
Io volevo avere sempre ragione. Mi organizzavo in maniera meticolosa per massimizzare le probabilità di avere ragione (almeno negli ambiti di mio interesse). Mi riusciva bene, erano rarissime le occasioni in cui venivo smentito. A volte c’erano delle discussioni accesissime con il mio interlocutore, dove non cedevo neanche di un millimetro nel confronto, per arrivare infine ad avere ragione. Non fu qualcosa di fulmineo, ma sempre più con il passare del tempo e il susseguirsi di questi confronti con gli altri, la soddisfazione di avere ragione diveniva agrodolce, facendo emergere sempre più qualcosa che assomigliava alla tristezza della resa dell’interlocutore, che aveva perso la battaglia di portare il suo pensiero, sconfitto dalla mia ragione. Iniziai a chiedermi il perché di queste battaglie, che mi portavano continue vittorie senza donarmi nulla di valore, e scoprii che quello che vinceva era il mio ego e non di certo io. C’è ancora qualcosa che si attiva in me nelle discussioni, che mi riporta alle vecchie battaglie, ma sempre più spesso riesco ad intercettare questa spinta dell’ego e ritaro la conversazione di modo tale da lasciare spazio anche agli altri, abbandonando del tutto il campo se il dialogo non è tale, ossia se si tratta di un puro monologo senza condivisione.
Ho notato che alle volte la mia (falsa) ragione era dovuta alla mancata comprensione dell’oggetto del discorso. Ampliando il contesto, posso dire che non comprendiamo le cose perché abbiamo una visione limitata, non solo data dalle nostre conoscenze, ma anche dalla nostra percezione. La prossima sottolineatura lo ribadisce, dicendo che
Gli esseri umani hanno l’abitudine di escludere dalla loro definizione di realtà tutto ciò che non rientra nel campo della loro percezione.
Questa realtà, che quindi è soggettiva per ognuno di noi, porta a un’analoga comprensione soggettiva della stessa. Nel mio vivere e interagire con le altre persone, mi è sembrato di poter distinguere tre tipologie di approccio diverse: c’è chi semplicemente non è interessato a comprendere, e di conseguenza non intraprende nessuna ricerca; c’è chi è certo di sapere, e quindi non ha bisogno di fare ricerche; e infine c’è chi intravede una comprensione delle cose che non deriva da nessuna delle conoscenze a sua disposizione, e cerca di muoversi in quella direzione. In quest’ultimo gruppo a un certo punto c’è chi si arrende, e quindi ricade fra quelli non più interessati, e infine ci sono quelli che la pensano come Re Salomone:
A costo di tutto ciò che possiedi, ottieni la comprensione.
La cosa incredibile è che in questa ricerca
arrendersi è l’unico modo per arrivare da qualche parte.
Arrendersi non vuol dire accettare passivamente qualsiasi cosa, ma smettere di combattere contro un’errata interpretazione della nostra percezione, che dà consistenza all’oggetto della nostra battaglia, perché
tutto ciò cui siamo contro, noi lo creiamo.
Quando dico che non ha senso lottare, intendo che è necessario prima di tutto ridefinire l’entità che stiamo fronteggiando. Da cosa deriva il contrasto? Perché è necessario opporsi? Anche uscendone vincitore, cambierebbe realmente qualcosa? Queste domande permettono di capire che la lotta è solo per riaffermare il proprio ego, creato da noi stessi e dalle nostre esperienze passate. Se però siamo stati noi a creare questa situazione, è confortante sapere che possiamo anche modificarla, e questo vale su qualsiasi scala.
Se vediamo un errore nel mondo, sono le nostre credenze che necessitano di una correzione, non l’errore.
Quindi quando qualcosa suscita in noi emozioni negative, prima di tutto dovremmo cercare di capire cosa le ha scatenate, non trovando una causa esterna (come spesso accade), quanto piuttosto capendo quale elemento al nostro interno è stato attivata dallo specifico evento. Non sarà sempre facile, e i primi tentativi forse saranno infruttuosi, ma nel testo viene riportata una citazione di Ann Landers che rende l’idea di cosa avviene in questo processo:
Il buon giudizio viene dall’esperienza. L’esperienza viene dal cattivo giudizio.
Dobbiamo quindi necessariamente passare da valutazioni errate, che generano esperienze che ci permettono di fare migliori valutazioni successive. Questo approccio, applicato a noi stessi, ci avvicina costantemente alla nostra comprensione più intima. In questo percorso a volte troviamo degli ostacoli, e uno dei più ricorrenti è dato dal senso di colpa. Sentiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato (sia perché ce l’ha detto qualcuno, ma spesso anche perché le nostre credenze passate ci portano a questa conclusione) e, nei casi peggiori, che non potremo più rimediare. La soluzione sta nel comprendere la prossima sottolineatura.
La colpa non può esistere senza il concetto di tempo lineare.
Nel concetto di tempo lineare infatti, accade qualcosa che riteniamo “sbagliato” e questa idea rimane fissa nella nostra mente, intrappolata in un passato che influenza il nostro futuro. Se però accetti l’idea che il tempo non esiste, che ho avuto modo di argomentare più volte nei passi precedenti, e che c’è solo un eterno presente, allora diviene chiaro come eliminare il senso di colpa. Tutto avviene tramite il perdono, che cancella il senso di colpa nel passato, ricreando di fatto un nuovo futuro che non lo contempla. Ti sembra impossibile una soluzione di questo tipo? Prova. Ma non imbrogliarti da solo. Non basta dire “OK ti perdono”, perché il vero perdono non sta nella parola, ma nei nuovi occhi che avrai nel guardare le cose, passate e future, che ti porteranno al nuovo te che non è più influenzato da ciò che affliggeva chi eri.
Quando ci rifiutiamo di ripetere i vecchi schemi, quando ci rifiutiamo di attaccare e difendere, quando preferiamo essere felici che avere ragione, allora le altre persone sembrano cambiare. Le nostre relazioni si trasformano.
In questa sottolineatura c’è scritto che le altre persone “sembrano” cambiare, ma in realtà il cambiamento può solo avvenire dentro di noi. Le persone che ci circondano fanno parte del sogno ma, come ho scritto negli altri miei passi (fra cui Le coincidenze), sono degli specchi che riflettono i nostri tratti. Quando al mattino ti guardi allo specchio per pettinarti, è chiaro che ciò che vedi non sei tu, e sai perfettamente che per cambiare il tuo stato devi agire su te stesso e non sull’immagine riflessa. Questo concetto non è altrettanto familiare quando lo applichiamo agli altri. Siamo immersi in un mondo duale dove il fatto di avere coscienza di una percezione (che essendo nata al nostro interno ci identifica con noi stessi) di qualcosa (che di conseguenza crediamo esterno a noi), ci convince che c’è “altro” oltre a noi. Questo è particolarmente evidente con certe emozioni, che fanno risaltare questo distacco. Pensa alla rabbia. Qualcuno ci ha fatto arrabbiare, quindi deve esistere per forza. Ma ragiona un attimo: dove si trova la rabbia? La puoi trovare solo dentro di te. La puoi alimentare o lasciarla andare.
La rabbia dice sempre: «Tu hai torto e io ho ragione. Sono infuriato perché il tuo comportamento inappropriato mi sta danneggiando». Se non abbiamo più intenzione di adirarci, dobbiamo essere disposti a dire: «Io creo in modo impeccabile la mia realtà, quindi se mi sento male deve essere a causa delle mie scelte. Cercherò una soluzione in me stesso invece di provare a cambiare qualcun altro».
È facile portare un problema al di fuori di noi, perché ci fa sentire senza colpa, ma in realtà le cause sono altre.
Non sono mai turbato per la ragione che penso io.
Troppo spesso identifichiamo l’origine del problema con qualcosa che è molto lontano dalla causa scatenante, che non può che trovarsi al nostro interno, a volte collegata a un’errata interpretazione di un fatto avvenuto nel passato, che influenza i nostri schemi comportamentali attuali. Risolvere quell’errata interpretazione (attraverso il perdono) porta alla dissoluzione del conflitto, rendendoci liberi dalle emozioni collegate che appesantivano il nostro essere.
L’ultima sottolineatura ci invita a fare qualcosa che metterebbe in ansia, seguita da terrore o vergogna a seconda dei casi, la maggior parte delle persone:
Fai finta che da questo momento in avanti, tutti quelli che incontri possano leggere i tuoi pensieri.
Perché temiamo così tanto che gli altri possano leggere i nostri pensieri? Credo che tutto si possa ricondurre al senso di colpa che deriverebbe da quello che gli altri penserebbero di ciò che credevamo accessibile solo a noi stessi. Questo però nasce dal fatto che siamo noi stessi i primi a giudicare sbagliati quei pensieri, a causa delle errate interpretazioni di eventi passati. Se risolvessimo tutte le nostre incongruenze, credo che non avremmo nessuna paura nel rendere pubblici i nostri pensieri e, se così fosse per ogni individuo, ci accorgeremmo che tutti questi pensieri avrebbero una matrice comune esclusivamente positiva.
Ma tutto questo non significa forse ritrovare la nostra Coscienza universale, attraverso le esperienze della nostra coscienza personale?
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