• Agosto 2019 •
Nelle mie letture precedenti avevo sentito citare diverse volte Neville Goddard, e quando ho avuto l’occasione di avere fra le mani Maestro di te stesso, non ho esitato a dare inizio alla sua lettura. Rileggere la prima sottolineatura, se hai letto i miei passi precedenti, rappresenterà una sintesi di alcuni temi che ho già trattato.
Credere ed essere sono una cosa sola.
Siamo ciò che crediamo, e in questo credere dobbiamo considerare sia le credenze consce (ben poca cosa) che quelle inconsce (sedimentate e rafforzate dalla ripetizione delle nostre reazioni alle esperienze della vita). Per essere diversi dobbiamo quindi avere credenze diverse. Se dal punto di vista conscio è (relativamente) facile, la parte inconscia va trattata in maniera differente. Più che introdurre nuove credenze, dobbiamo infatti eliminare quelle errate che ci condizionano. Man mano che questo processo prende piede, inizierà a cambiare la tua percezione della realtà. Questo è possibile perché tale realtà (sto parlando della realtà percepita) è modificabile (proprio perché percepita e non ultima) e quindi
la realtà non è mai predeterminata, non è mai definita precedentemente alla mia azione, alle mie scelte, poiché la realtà altro non è, in realtà, che un tutto-simultaneo di potenzialità, un tutto-simultaneo di potenziali impressioni sensoriali.
Quello che l’autore chiama “tutto-simultaneo di potenzialità” rappresenta ciò in cui siamo immersi, e le nostre osservazioni (guidate dalle nostre credenze) lo fanno collassare in ciò che percepiamo. Se vogliamo quindi cambiare il nostro percepito (solitamente la chiamiamo vita), dobbiamo necessariamente cambiare come guardiamo le cose. L’interpretazione che diamo a ciò che osserviamo crea la (nostra) realtà, e non il viceversa. Non esiste una cosa “bella” che noi percepiamo come tale. Esiste una “cosa” e noi la etichettiamo come “bella” o “brutta”. Cambiare le etichette (torniamo sempre alle nostre credenze), cambia la percezione. Questo vale anche per noi stessi, perché
la tua idea di te stesso necessita di non essere conforme alla tua attuale realtà esterna a cui si riferisce, per il semplice motivo che se si limitasse a essere ciò che già è, tu non potresti mai crescere, non potresti mai evolvere, avanzare, esprimere ciò che tu veramente sei.
Inoltre
Le tue reazioni alla vita ti definiscono e, fintanto che rimani quello che sei, la tua vita rimarrà la stessa. Il tuo mondo non è altro che una proiezione del tuo stato di coscienza. La coscienza è l’unica sostanza e l’unica causa dei fenomeni della vita; di conseguenza è impossibile che avvenga un cambiamento nella realtà finché non avviene un cambiamento nella tua coscienza.
La tua coscienza ha a che fare con la tua percezione, e ti definisce. Questa definizione però non è granitica, ma plastica, perché ti permette di cambiare chi sei, e questo è indipendente dalla definizione che danno gli altri di te, perché questi “altri” sono solo tue proiezioni. L’autore esorta il lettore ad affermare
“Io sono quello che sono perché sono conscio di esserlo”
e questo vale sempre, per qualsiasi interpretazione che diamo di noi stessi. Possiamo cambiare questa interpretazione, e il cambiamento riverberà nella percezione del mondo. Questa però non dev’essere un’azione puramente mentale, ma deve divenire fisica. Dobbiamo “sentire” chi siamo, non basta immaginarlo. Le sensazioni fisiche che definiscono chi vogliamo essere vanno vissute, non desiderate, e questo crea un circolo virtuoso con il concetto del cambiamento della realtà percepita di cui scrivevo inizialmente in questo passo, in quanto
Se un’attività immaginaria è in grado di produrre un effetto fisico, il nostro mondo fisico deve essere essenzialmente immaginario.
Nelle sottolineature successive, si trova il termine Dio. Indipendentemente dal vostro credo, sarà più semplice comprendere il significato che vuole trasmettere l’autore se sostituite la parola “Dio” con “Tutto ciò che esiste”. Questo sarà più chiaro dopo aver riletto la prossima sottolineatura con tale sostituzione.
Dio gioca tutte le parti. Lo scopo del gioco? Trasformare l’uomo, il creato, in Dio, il creatore. Dio ha amato l’uomo, il suo creato, e si è fatto uomo nella fede che questo atto di autodeterminazione avrebbe trasformato l’uomo – il creato – in Dio – il creatore.
Il Tutto non può essere autocosciente, perché non ha la possibilità di confrontarsi con nulla che non sia già il Tutto. Il desiderio di conoscersi del Tutto, ha portato all’emergere della Coscienza. Tale Coscienza (unica) ha come obiettivo il fare esperienza di sé stessa, e lo fa attraverso l’apprendimento nel mondo duale. In tale mondo, esistono diversi livelli di coscienza (in questo caso individuale), e in uno di questi livelli entriamo in gioco noi esseri umani (creati dalla Coscienza, parti del Tutto). L’esperienza della coscienza (da non confondere con il corpo mortale) di ogni essere umano lo porta gradualmente a riscoprire che non c’è nessuna distanza o differenza dal Tutto. Continuando con le citazioni bibliche, l’autore riprende questo concetto.
In Adamo – l’uomo universale – Dio dorme. In Gesù Cristo – il Dio individualizzato – Dio si sveglia. Nello svegliarsi, l’uomo – il creato – diventa Dio – il creatore – e può veramente dire: “Esisto da prima che il mondo nascesse”.
Si ha una sorta di processo che porta il Tutto non autocosciente a divenire cosciente, attraverso la Coscienza che esperisce sé stessa tramite le nostre coscienze che fanno esperienza nel mondo duale. L’inizio di questo processo parte da un punto ben preciso.
All’inizio era la consapevolezza incondizionata di essere, ma presto venne condizionata dall’immaginare se stessa essere qualcosa; così ebbe inizio la creazione.
Prova a comprendere quest’ultima sottolineatura, scomponendola in tre passi:
- Il punto di partenza è una consapevolezza incondizionata di essere
- L’immaginare di essere qualcosa (separata dal resto) porta ad una consapevolezza condizionata (dall’idea di separazione) di essere
- Questo pensare qualcosa al di fuori di Sé rispetto al Tutto ha portato alla creazione di ogni cosa
Questa riflessione ti può far intuire come la creazione possa essere avvenuta, e a me personalmente ha fatto ricordare una citazione riportata nel libro Un corso in miracoli, che tratterò in uno dei miei passi futuri, dove si legge “nell’eternità, dove tutto è uno, si insinuò una minuscola, folle idea, della quale il Figlio di Dio si è dimenticato di ridere”. Questo “dimenticarsi di ridere” di un’idea così assurda (l’idea di separazione), l’ha fatta diventare una cosa “seria” che sperimentiamo ogni giorno, e in cui rimarremo immersi fino a che non ci ricorderemo (ma non con la mente) di essere Uno.
Chiudo questo passo riportando l’ultima sottolineatura, che afferma il fatto che
Dio è quella consapevolezza incondizionata che ti dà tutto quello che sei consapevole di essere. Tutte le cose poggiano su questo principio immutabile. È impossibile che una qualunque entità sia diversa da ciò che è consapevole di essere.
Non puoi essere ciò che non sei consapevole di essere. Se sei consapevole di essere (solo) un corpo, o una mente (ma vale lo stesso anche per un anima), non potrai che essere (solo) quello. Fino a che non avrai la consapevolezza di essere Uno, rimarrai (solo) quello che sei consapevole di essere. Come ho scritto prima, questa consapevolezza non si può ottenere con la mente, ma va sperimentata. Non ti sto parlando da maestro che insegna come fare (visto che io non ci sono ancora riuscito), ma da compagno di viaggio (considerato che se stai leggendo queste righe lo sei). Sapere che attraverso le esperienze della mia coscienza, la Coscienza dell’Uno lo sta rendendo autocosciente, mi rende entusiasta della mia esistenza, che è solo una parte dell’intero processo per tornare al Tutto Unico, che a quel punto sarà più grande di tutto quello che c’è.
A parole è una contraddizione, ma nel mio tentativo di trasmettere ciò che credo, ha assolutamente senso.
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