• Maggio 2022 •

Ogni tanto accade che il titolo di un libro attiri la mia attenzione, e l’incitazione Pensa come un monaco ha acceso la mia curiosità. L’autore del libro, Jay Shetty, ha vissuto per tre anni in un monastero induista, per poi “tornare fra di noi” per diffondere ciò che aveva imparato. Ho trovato degli spunti interessanti nel suo libro, da cui sono nate le mie sottolineature, la prima delle quali suona quasi come un monito:

Portandovi dove avete bisogno di andare, la meditazione potrebbe mostrarvi quello che non volete vedere.

Non si tratta di una minaccia, ma di una verità che potresti non aver considerato. Passiamo anni della nostra vita a seppellire traumi di cui non vogliamo più sentire gli echi, e un processo di meditazione, o più in generale di osservazione di sé stessi, può farli riemergere. Non è un male, anche se momentaneamente può riaprire questioni irrisolte, ma proprio per questo può darci una seconda possibilità nell’analizzarle, finalmente (se ce ne accorgiamo) lontano dal momento in cui sono avvenuti i traumi. Sta proprio qui il punto. Quei momenti non sono più qui e ora, ma solo nella nostra mente, anche se influenzano ancora il nostro comportamento. Rendersi conto di ciò, e utilizzare il perdono per eliminare gli effetti che ancora generano su di noi, è la chiave. Questo è un approccio “al passato”, ma siamo spesso immersi anche “nel futuro”, condizionato dalle nostre (errate) interpretazioni passate. Nella prossima sottolineatura, si introduce il concetto di distacco, che può aiutarti per “muoverti” nel presente.

La Bhagavadgītā definisce il distacco come fare la cosa giusta per se stessa, perché va fatta, senza preoccuparsi che sia un successo o un fallimento.

Il più delle volte facciamo le cose solo per evitare un danno oppure per ottenere un vantaggio, in base alle nostre credenze. In questo contesto, il distacco crea lo spazio per renderci osservatori di quello che sta avvenendo, invece che essere nel mezzo della scena, e questo ci permette di comprendere le dinamiche ce ci muovono. Non avverrà la prima volta ma, ripetendo il processo di osservazione distaccata, giungerà il momento in cui potrai cambiare le tue reazioni automatiche. L’autore aggiunge una citazione di Alī, cugino e genero del profeta Maometto, relativa all’idea monastica di distacco:

Distacco non significa non possedere niente, ma che niente dovrebbe possedervi.

In questa sintesi emerge il concetto di possesso. Tralasciando quello materiale, che spesso si traduce in un’errata autovalutazione di noi stessi (se “ho” tanto, “valgo” tanto), ci sono altre forme di possesso ben più pericolose, come ad esempio un partner a cui permettiamo di divenire una sua proprietà o un’entità astratta come il lavoro a cui dedichiamo, quasi fosse un dovere, la maggior parte del tempo. L’altra faccia del possesso è la mancanza, perché solo se sentiamo che ci manca qualcosa, desideriamo il suo possesso. Tutto questo svanisce attraverso la gratitudine (di cui ho ampiamente parlato nei miei passi precedenti, a partire da Volete essere felici? Siate grati), che ci porta ad essere soddisfatti di tutto ciò che abbiamo, da cui deriva il fatto che

se siete soddisfatti di voi stessi non avete bisogno di dimostrare agli altri il vostro valore.

Questo mi ha fatto pensare a tutto il tempo speso inutilmente per far vedere agli altri quanto valevo, senza accorgermi che era solo una costruzione mentale per rassicurare me stesso. Riscoprire il mio valore ha fatto crollare l’inutile scenografia del teatro in cui recitavo, in cui le poltrone erano piene di spettatori da sorprendere, per ritrovarmi sul palco di un teatro vuoto, dove le luci non erano su di me ma da me. Questo cambio di prospettiva non deve prendere però la forma dell’eccesso opposto.

Guardatevi dal vivere in un mondo in cui vi considerate talmente speciali da dedicare il vostro tempo solo a chi ne giudicate degno.

Approfondire sempre più la conoscenza di me stesso, non stancandomi mai di comprendermi sempre più, mi ha portato a trovare sempre meno persone con cui confrontarmi su queste tematiche, dandomi l’erronea credenza che tutti “non capissero”. Nel tempo ho maturato l’idea che anche io “non capisco” molte cose, e ognuno di noi in qualche modo sta facendo il massimo delle sue possibilità nel contesto in cui si trova. Questo “non sentirsi sopra gli altri” fa parte di un processo più ampio di ridefinizione del proprio ego, perché

Se non smontate il vostro ego, sarà la vita a farlo per voi.

Ci mettiamo un bel po’ a cucire l’abito che portiamo, dapprima prendendo le misure in maniera grezza, per poi aggiungere una rifinitura dopo l’altra, arricchendolo di dettagli, ma appesantendolo inesorabilmente, al punto tale che chi ci guarda non nota più noi, ma solamente l’abito che portiamo. È proprio quello che vogliamo, apparire, ma l’abito è diventato pesante, e indossarlo ci costa fatica, anche se non vogliamo ammetterlo. Iniziamo a chiederci se valga la pena tutto quello sforzo, e a considerare l’idea di spogliarci, ma temiamo quello che penseranno di noi gli altri, e tentenniamo. Proviamo a togliere qualche accessorio, ma otteniamo solo gli effetti negativi legati al fatto che gli altri ci vedono cambiati, e possono anche non apprezzarlo, ma noi facciamo ancora la stessa fatica a sostenere il peso dell’abito. Possiamo procedere per gradi, alleggerendoci man mano, oppure può accadere qualcosa che ci strappa di dosso ciò che indossiamo. Dipende da che cosa è successo, ma se sei stato veramente Colpito dal fato, potresti aver capito che l’immagine di te che volevi fosse vista dagli altri derivava in realtà da un errato giudizio che davi a te stesso, e su cui avevi costruito un altro te che giudicavi migliore. L’accorgersi di questa errata visione porta di conseguenza alla comprensione che non è necessario apparire (prima di tutto a noi stessi, definendo il nostro ego), ma essere (il proprio vero Sé).

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