• Ottobre 2017 •
In diversi libri che avevo letto in passato, avevo trovato riferimenti a Paramansa Yogananda, quindi a un certo punto divenne naturale leggere la sua Autobiografia di uno yogi. Diversi suoi insegnamenti vengono trasmessi con citazioni di altri, quindi in realtà è come se attraverso le mie sottolineature rileggessimo insieme quelle dell’autore. Si citano anche fatti accaduti in epoca recente, come quello riportato nella mia prima.
Una dimostrazione che l’essere umano è dotato di poteri televisivi venne fornita il 26 novembre 1934 alla Reale Università di Roma. Il dott. Giuseppe Calligaris, professore di neuropsicologia, premette determinati punti sul corpo di un soggetto e questi rispose fornendo descrizioni dettagliate di altre persone e oggetti collocati oltre una parete. Il dottor Calligaris riferì agli altri professori che, stimolando alcune aree cutanee, il soggetto riceve impressioni sovrasensoriali che gli consentono di visualizzare oggetti altrimenti al di fuori della sua percezione.
In questo caso non dobbiamo pensare a santoni o pranoterapeuti che fanno chissà cosa, ma semplicemente che abbiamo un certo tipo di percezione “classica” che utilizziamo e alleniamo tutti i giorni, e una più “sottile”, che se non viene ricercata, e anche in questo caso allenata, non diventerà mai una nostra capacità. Agendo sul corpo, meccanicamente o con sostanze chimiche, è possibile arrivare a questo tipo di percezione, che possiamo anche chiamare, come spesso si sente dire, “stato alterato di coscienza”. Questo a me pare come una sorta di trucco, di scorciatoia, che potrebbe anche portare a brevi periodi di nuovi tipi di percezione, ma l’obiettivo a lungo termine è quello di estendere sempre più consapevolmente questi intervalli temporali. Questo, a mio avviso, può essere raggiunto solamente con la meditazione praticata costantemente. Ad oggi, io non ci sono ancora riuscito, ma questo certamente non mi fa cambiare idea riguardo quello che ho appena scritto, dandomi invece una motivazione per continuare, oltre a tutti gli effetti benefici che già sperimento relativamente al mio equilibrio psicofisico.
Il libro non ha solo riferimenti a esperimenti scientifici, ma anzi riporta diversi punti sicuramente non classici per la visione di un occidentale. La successiva sottolineatura infatti ci pone davanti a una definizione della trinità che non siamo per niente abituati a considerare nella cultura cristiana.
Triplice natura di Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo (Sat, Tat, Aum nelle Scritture indù). Dio Padre è l’Assoluto, l’Immanifesto, che esiste al di là della creazione vibratoria. Dio Figlio è la coscienza cristica (Brahma o Kutastha Chaitanya) che esiste nella creazione vibratoria; questa coscienza cristica è “l’unigenito”, il solo riflesso dell’Infinito Increato. La sua manifestazione esteriore o “testimonianza” è l’Aum o Spirito Santo, il potere divino, creativo e invisibile che struttura l’intera creazione mediante la vibrazione. L’Aum, il beato Consolatore, si ode in meditazione e rivela al devoto la Verità ultima.
Non è per niente facile, ma se volessi cimentarmi nel tentativo di spiegare a parole mie cosa ho compreso di queste definizioni, direi che il Dio Padre (l’Assoluto), è quello che a me piace chiamare il Tutto Unico. Il Tutto Unico, per definizione, contiene già qualsiasi cosa e, di conseguenza, non può osservarsi perché, se mi concedi questa metafora semplicistica, contiene al suo interno lo specchio con cui potrebbe farlo (se fosse esterno ad esso). Prova, sempre considerando il fatto che ogni mia rappresentazione è assolutamente didascalica, a immaginare che questo Tutto Unico sia un foglio infinito. Dio Figlio (la Coscienza) è rappresentato dal ripiegarsi su sé stesso di questo foglio, di modo tale che possa finalmente osservarsi. Ecco che arriviamo alla creazione del mondo duale (i due lembi del foglio ripiegati), in cui possiamo fare esperienza. Dico possiamo perché noi in realtà siamo la Coscienza e non il nostro sé egoico. Chiude questa trinità lo Spirito Santo (l’Aum) che rappresenta la consapevolezza del riscoprire questa realtà ultima.
Con questo cambio di prospettiva, la nostra esistenza nel mondo duale prende tutta un’altra forma, da cui non può che scaturire un’opposta visione della morte. L’autore aggiunge un’altra citazione, questa volta relativa al sonetto 146 di Shakespeare.
Povera anima, centro della mia peccaminosa terra
(schiava di) queste brame ardenti che ti ammantano,
perché dentro ti struggi e miseria sopporti
per decorar le tue pareti di costosa ostentazione?
Perché sì alto prezzo per un sì breve affitto,
sprechi tu pagando questa effimera dimora?
Dovranno forse i vermi, eredi di tanti eccessi,
divorar ogni ricchezza? È tale il fine del tuo corpo?
Allora anima sfrutta la rovina del tuo servo
e lascia che patisca per aumentar le tue risorse,
compera eternità divine vendendo ore di fango,
pasciti del tuo spirito, senza più sfarzo esterno,
così ti nutrirai di Morte che di uomini si nutre
e con Morte morta, si estinguerà il morire.
Di questa specifica declinazione della morte, ossia del morire prima di morire, ho già scritto nel mio passo Il potere di adesso, ma riprendendo questo sonetto, che declina in altro modo lo stesso concetto, ritrovo quello che ormai mi è chiaro. Solo smettendo di alimentare l’immagine che vogliamo dare di noi agli altri, facendola quindi morire, scopriamo la nostra vera immagine, che in realtà è una non-immagine, perché non si può specchiare essendo già il Tutto Unico.
Proseguendo nelle diverse citazioni che l’autore raccoglie nel suo testo, la prossima sottolineatura ne evidenzia una riferita ad Alessandro Magno. Lui stesso si interrogava sulla morte, e su molte altre questioni, e viene qui riportato un fatto derivante dagli studi di storici greci e da altri che accompagnarono o seguirono Alessandro nella sua spedizione in India.
Alessandro invitò a Taxila alcuni asceti bramini, noti per la loro abilità nel rispondere a quesiti filosofici con pregnante saggezza. Un saggio di tali schermaglie verbali è riportato da Plutarco; Alessandro in persona formulò tutte le domande. «Quali sono i più numerosi, i vivi o i morti?». «I vivi, poiché i morti non sono». «Chi genera gli animali più grandi, il mare o la terra?». «La terra, poiché il mare è soltanto una parte della terra». «Qual è la più intelligente delle bestie?». «Quella che l’uomo ancora non conosce» (l’uomo teme l’ignoto). «Chi esistette per primo, il giorno o la notte?». «Il giorno venne prima di un giorno». A questa risposta Alessandro si dimostrò perplesso; il bramino aggiunse: «Domande impossibili implicano risposte impossibili». «Qual è il modo migliore, per un uomo, di farsi amare?». «Un uomo sarà amato se, pur disponendo di grande potere, non si farà temere». «Come può un uomo diventare un dio?».(*) «Facendo ciò che è impossibile a un uomo». «Qual è più forte, la vita o la morte?». «La vita, poiché sopporta così tanti mali».
Da questa (*) domanda si intravede la sua credenza di essere una divinità, o quantomeno la sua ricerca di farsi trattare come tale, tanto che lui stesso si identificava come “Figlio di Zeus”. Questo è l’esatto opposto di ciò che prima ho definito come il “morire prima di morire”, in quanto un atteggiamento del genere (e anche molto meno, pensando a ognuno di noi) non fa altro che allontanarci da ciò che realmente siamo, immergendoci sempre più nel mondo duale, dove a picchi così alti non possono che corrispondere abissi profondissimi. Queste oscillazioni sono date dalla nostra identificazione con l’Ego. Sembriamo un pendolo che indefinitamente oscilla nel mondo duale, e più raggiungiamo l’altezza di un estremo, più raggiungeremo inevitabilmente la stessa altezza dell’altro estremo. Se limitiamo le oscillazioni, arriveremo al punto centrale in cui il pendolo è fermo, e questo non corrisponderà all’apatia totale, ma semplicemente alla nostra riscoperta del Sé. È come se in quel momento potessimo scendere dalla giostra. La osserveremo nuovamente oscillare fra estremi opposti, ma questa volta saremo spettatori immobili, e quindi non più coinvolti in irreali eccessi.
L’Ego ritorna spesso nei miei passi, e ogni volta che provo a spiegare cosa rappresenta, in qualche modo lo comprendo sempre meglio. Uso quindi un’altra citazione dell’autore, relativa ad un fatto accaduto a Sadasiva Brahman, maestro indiano del diciottesimo secolo, per darti un altro spunto di riflessione sull’Ego.
Quando il guerriero, umilmente, chiese di ricevere qualche insegnamento spirituale, Sadasiva scrisse con il dito sulla sabbia: «Non fare ciò che vuoi: allora potrai fare ciò che ti pare». Il maomettano fu innalzato a uno stato mentale di grande elevazione e comprese così che il paradossale suggerimento del santo indicava come raggiungere la libertà dell’anima attraverso il dominio dell’ego.
Qui è sottointeso che chi “vuole” non sei tu, ma l’Ego, da cui nascono i desideri di ottenere qualcosa di esterno, che deve esistere per giustificare la sua presenza. Sto dicendo che l’Ego nasce dall’errata percezione che ci sia qualcosa al di fuori di te, e di questo è complice la tua mente. La mente percepisce (e quindi si identifica con te stesso) qualcosa al di fuori di sé (che quindi non può essere la mente) e da questo semplice principio nasce l’esperienza del mondo duale e il desiderio di ciò che non hai (o per meglio dire di ciò che non sei). In realtà, non c’è qualcosa che percepisce e qualcos’altro da percepire, ma un’unica Coscienza che fa esperienza di Sé attraverso il mondo duale. Ecco quindi che la frase «Non fare ciò che vuoi: allora potrai fare ciò che ti pare» diviene «Smetti di essere vincolato dal mondo duale: allora entrerai nello stato delle infinite possibilità», che come sai è l’istante presente.
Con questo cambio di volta è possibile intuire l’esistenza di nuovi stati di coscienza che si possono raggiungere attraverso la meditazione, dove i sensi vengono ritratti, e la mente senza questi stimoli esterni si placa, lasciando spazio a nuove esperienze. Ritrovo questo concetto anche nell’ultima sottolineatura, dove sono riportate le parole del maestro Sri Yukteswar:
A differenza del mondo fisico spaziale a tre dimensioni, conosciuto soltanto attraverso i cinque sensi, le sfere astrali sono percepibili mediante il sesto senso onnicomprensivo, ovvero l’intuizione.
Qui, citando le sfere astrali, si fa riferimento a un livello di coscienza più alto di quello che normalmente sperimentiamo. L’insieme di conoscenze indiane suddivide spesso in molti livelli evolutivi il percorso che ci porta da esseri umani a esseri illuminati, ma queste eccessive suddivisioni portano a una sorta di scoraggiamento in chi pensa di doverle affrontare una per una. È molto più stimolante essere nel percorso che descriverlo. Pur essendo senza fine, questo progredire indefinitamente porta a sentire cosa sperimentiamo ora, senza puntare a una meta lontana, sapendo che quello che facciamo (consapevolmente) ci guida nella giusta direzione.
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