• Maggio 2015 •
Credo che con il titolo Come cambiare la propria vita (sfruttando il potere segreto del cervello) l’autore David Disalvo volesse avvicinare qualche lettore curioso, ma in realtà, nel mio caso, l’attenzione era rivolta a scoprire qualcosa di più sul nostro cervello. Mi ha sempre affascinato questa favolosa “macchina” che abbiamo dentro la testa che, pur essendo sempre confinata nell’oscurità, riesce a farci vivere in un mondo multicolore e multi-tantealtrecose. Devo dire che l’interesse per così dire “base” che ho sempre avuto per il cervello, molti anni fa si era spento dopo aver verificato (per le conoscenze del tempo) che la quantità di neuroni e di sinapsi per ogni singolo individuo si creava nei primi anni di vita, per poi mantenersi tale o peggio diminuire per stili di vita non corretti. Questa (falsa) nozione mi aveva portato a una (errata) convinzione che quello che avevo a disposizione come “capitale cognitivo” era ormai definito, senza possibilità di accrescerlo. Ormai da diversi anni è invece chiaro che, per tutta la durata della nostra vita, il cervello si modifica variando la propria struttura in risposta alle nostre esperienze, e quindi proprio queste ultime sono il mezzo che abbiamo per accrescerne le potenzialità. La scoperta della neuroplasticità ha quindi rinvigorito il mio interesse nel comprendere meglio i meccanismi del nostro cervello, con l’intento finale (seppur in quel momento non ancora chiarissimo) di governarlo piuttosto che esserne governato. Successivamente ho poi cercato di hackerare il mio inconscio, ma di questo parleremo nei passi successivi.
Fatta questa premessa, quasi per giustificare il mio acquisto del libro, mi avvio immediatamente alla prima sottolineatura che feci durante la lettura:
La teoria della mente, o mentalizzazione, indica quella facoltà esclusivamente umana di ragionare sul pensiero degli altri individui sulla base del loro comportamento passato e presente. Essa rappresenta un’intersezione fra le menti, ed è questa intersezione che, in parte, definisce «la mente».
Nel testo si paragona la nostra mente a quella di altre specie animali presenti sul pianeta e oltre alla mentalizzazione appena citata si pone l’attenzione anche sul concetto di intenzionalità, che ci differenzia dalle altre specie. L’intenzionalità si misura in ordini e, come sempre, degli esempi sono meglio di mille definizioni. Le specie (in questo caso sia esseri umani che animali) dotate di intenzionalità di primo grado, sono in grado di riflettere su sé stessi e sulle proprie necessità. Il secondo grado di intenzionalità permette ad un primo soggetto di farsi un’idea riguardo allo stato interiore di un altro soggetto. Al terzo grado, attraverso il parere di una seconda persona, ci si può fare un’idea di cosa pensa una terza persona. Il quarto grado di intenzionalità, permette a un individuo di riflettere riguardo a cosa una persona pensa che un’altra persona pensi riguardo a un’ulteriore persona. Solo gli umani sono dotati di intenzionalità di terzo o quarto grado e oltre. Io mi chiedo, già dal terzo grado, che affidabilità abbiano le nostre elucubrazioni, e come nell’evoluzione abbiamo aumentato i gradi a cui abbiamo accesso e la prossima sottolineatura inizia ad abbozzare una risposta, affermando che
I nostri cervelli sono il prodotto dell’evoluzione biologica, ma ciò che i nostri cervelli creano genera il turbine incessante dell’evoluzione culturale.
e subito dopo
L’adattamento pragmatico concerne il modo in cui dobbiamo adattare il nostro pensiero e il nostro comportamento per farci strada nel mondo creato dai nostri cervelli.
Ti ricorda qualcosa la fine di questa frase? Se non ti dice nulla, probabilmente ti sei perso il passo sul Biocentrismo che approfondisce questo concetto. Indipendentemente da ciò, con una continua analisi dei feedback che abbiamo a valle di ogni nostra scelta, ritariamo il nostro comportamento, consciamente o inconsciamente. Ogni analisi che facciamo è influenzata da tutte quelle passate, quindi probabilmente non siamo mai completamente obiettivi sul giudizio. Attraverso una spirale decisionale che crea la nostra realtà e ci porta in una direzione che in qualche modo conferma non chi siamo, ma le decisioni che abbiamo preso in passato, tutto sembra incanalarci verso direzioni confermative del passato. Credo quindi che un primo passo per non incorrere nel sé creato dalle scelte della nostra mente, e muoverci verso quello che realmente siamo, sia quello di distaccarci dai nostri pensieri, anche perché avvicinandomi all’ultima sottolineatura del libro, appare quello che abbiamo già scorto e ritroveremo in più libri, di autori diversi, che siano filosofi o scienziati:
Bisogna ricordarsi che noi siamo altra cosa dai nostri pensieri.
Non fermarti, continua a fare qualcosa
Al termine delle mie sottolineature, vado in cerca dei segnalibri lasciati nel mio percorso di lettura passato, e ne ritrovo due, di cui il primo è sul titolo che hai appena letto. L’autore mi riporta ad una situazione in cui spesso mi ritrovo: la sensazione di essere travolto dal torrente delle cose da fare. La forza datagli dalla pioggia di attività da svolgere fa accadere due cose molto distanti; da un lato le acque vorticose portano la mia mente a pensieri continui su come uscire da quella situazione e dall’altro rimango immobile, incapace di ogni azione. L’autore descrive cosa accade nella mente in queste situazioni, in cui il livello di stress genera una reazione di protezione che porta il nostro sistema nervoso ad una sorta di paralisi mentale (che lo studioso Ivan Pavlov definiva inibizione transmarginale). Quello che può rasserenarci è il fatto che c’è una soluzione (e per esperienza personale funziona). Si tratta semplicemente, riprendendo la metafora che descrivevo prima, di iniziare a muoversi, per nuotare verso la riva, fuori dai flutti, per iniziare a dirigersi verso i nostri obiettivi. Effettivamente ho imparato che più tempo perdevo a pensare da dove cominciare in quel mare di cose da fare, meno tempo avevo a disposizione per svolgerle. Soprattutto, nell’indecisione di quale fosse il punto di partenza, questo perdeva di significato e quindi era sufficiente cominciare da un punto qualsiasi. Da lì, cominciando a muoversi, si produce un risultato che, quand’anche piccolo, genera dei progressi, diminuendo di fatto la portata del torrente originario. Facendo seguire a questo primo timido passo degli altri nella stessa direzione, si otterrà il duplice risultato di limitare lo stress percepito e di completare man mano le attività che tanto sembravano opprimenti.
Potenzia il tuo quoziente di metafora
Senza alcuna intenzione, ho prima scritto il paragrafo precedente e poi riletto il testo acquattato sotto il secondo segnalibro. Mi sono quindi chiesto che effetto abbia fatto la metafora del torrente sulla tua mente, e quanto l’abbia condizionata nella comprensione di quello che cercavo di trasmettere. Questo perché l’autore, supportato da uno studio scientifico che cita nel testo, afferma che una metafora fornisce gli elementi per costruire un’immagine mentale, che per schemi viene associata al concetto che si sta esponendo. Secondo questi studi, indipendentemente dal fatto che la tua esperienza personale sarà uguale o meno a quella dell’immagine collegata alla metafora, questa difficilmente verrà dimenticata, rimanendo come contesto del concetto esposto originariamente. Divenendo coscienti di questi processi mentali, possiamo da un lato scoprire la bellezza di creare questo contesto in cui far vivere la rappresentazione delle nostre idee, e dall’altro essere consci che la nostra mente è a sua volta influenzata dal contesto creato dal nostro interlocutore. Questo deve portarci a una maggiore consapevolezza dei nostri pensieri e dei condizionamenti esterni sugli stessi, per fare emergere il “nostro” vero pensiero.
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