• Aprile 2019 •
Ho un bel ricordo del libro che riprendo in questo momento, Diventa ciò che sei di Alan Watts, ma come sempre se tentassi di riassumerne il contenuto, non ci riuscirei, perché la mia mente, da sempre, raccoglie ma non restituisce in maniera sequenziale. Ho appreso molto, ma le fonti non rimangono legate alle informazioni, e i pensieri che emergono sono frutto di una mescolanza dei miei e di quelli di altri, in una continua spirale che muta, allontanandomi dalle vecchie convinzioni monolitiche che avevo un tempo.
Ciò che mi aiuta a ripercorrere le molteplici origini di questo meccanismo è la rilettura delle mie sottolineature, che fondono nei miei passi concetti che avevano attirato la mia attenzione di un tempo, rivisti con la consapevolezza di oggi. Il primo di questi solchi nel terreno passato, abitato oggi dal risultato della semina nella mia mente, afferma che
l’uomo non inizia davvero a vivere finché non ha perduto se stesso, finché non ha rilasciato la stretta ansiosa che tiene normalmente sulla sua vita, la sua proprietà, la sua reputazione, la sua posizione.
In diversi passi precedenti ho riportato questo concetto, nato dalle considerazioni di Eckhart Tolle ne Il potere di adesso, e qui vorrei riprenderlo in un’altra veste. Mantenere il nostro ego (chi vogliamo sembrare di essere) ci toglie energie e ci allontana da noi stessi (chi siamo). Prima ci accorgiamo di questo meccanismo, prima possiamo “morire prima di essere morti” e ricominciare a vivere (o come dice Tolle “scoprire così che non c’è morte”). Quando ci accorgiamo della differenza fra questa dualità in noi, chi vogliamo apparire e chi siamo, emerge una necessità di cambiamento che ci porta da un estremo all’altro, a seconda di quale aspetto vogliamo prediligere, ma
La parte del nostro io che vuole cambiare noi stessi è quella stessa parte che ha bisogno di essere cambiata.
Questo perché non c’è nessuna necessità di cambiamento, quanto piuttosto di levarsi di dosso tutti quegli abiti che ci fanno apparire diversi, nascondendo chi siamo. Sfilarsi l’ultimo strato porta alla morte dell’ego, e questa morte si può anche vedere come la messa a nudo delle sue debolezze, poiché
l’ego muore nello scoprire la propria stessa incapacità, la propria incapacità di fare alcuna differenza su di sé che abbia davvero importanza.
Quell'”abbia davvero importanza” è la parte che emerge in questa affermazione, perché l’ego è un maestro nel farci dare importanza a cose che non la meritano, ed è da lì che trae la sua forza, e di conseguenza trova la morte, quando riscopriamo cosa davvero ha valore per noi. In questo processo
è proprio quando scopro di non poter arrendermi che sono arreso; proprio quando scopro di non poter accettare me stesso che sono accettato. Poiché nel raggiungere questa ardua roccia dell’impossibile si raggiunge la sincerità, dove non può più esserci il velato nascondino dell’Io e del Me, del “buon Io” che prova a cambiare il “cattivo Me”, che altro non è che lo stesso “buon Io”.
Questa sincerità raggiunta, ci porta a ragionare in maniera diversa. Attraverso le parole di Chuang-tzu, filosofo e mistico cinese vissuto nel 300 a.C., scopriamo che
L’uomo perfetto impiega la sua mente come uno specchio: non afferra nulla; non rifiuta nulla; riceve, ma non trattiene.
Questa frase mi fa sorridere, perché in realtà in tale contesto l’uomo perfetto non è “umano”, ma rappresenta la Coscienza (unica) che fa esperienza del Tutto attraverso di noi. Ed è qui che presumiamo (attraverso l’ego) che le immagini riflesse ci rappresentino, quando invece sono il sogno che noi stessi creiamo. È una sorta di circolo che non permette di comprendere fino in fondo quello che cerco di esprimere nei miei passi, come nel caso in cui
se si tenta di guardare la propria mente concentrarsi, non si concentrerà. E se quando è concentrata iniziate ad aspettarvi l’arrivo di una certa comprensione della realtà, avete smesso di concentrarvi.
Quanto riportato in questa sottolineatura, lo vivo spesso nelle mie esperienze di meditazione. Ci sono dei momenti in cui mi sembra che si stia formando un’immagine (non come quelle legate al nostro senso classico della vista, ma più come qualcosa in continuo movimento, spesso per me nei toni del blu, che emerge spontanea), e appena pongo l’attenzione su quell’immagine, essa svanisce. In analogia, avviene qualcosa di simile con una “comprensione” che sorge nella mente, ma è ancora incompleta, e appena voglio “capirla” del tutto scompare, lasciandomi al punto di partenza. Ho tentato più volte l’atto di rimanere presente come osservatore, ma distaccato come “mente” desiderosa di capire, ma la parte razionale di me (o del mio ego?) che è più legata al sapere anziché al conoscere, non ha ancora elaborato la sua inutilità, il che mi lascia, al momento, in questa situazione.
Nel passo La scienza segreta dietro i miracoli, scrivevo della mia pratica del Tai Chi. Quest’arte marziale interna, poggia i suoi fondamenti sulla filosofia del Tao, che ho approfondito perché è assolutamente in linea con la percezione del mondo duale. L’autore però non mi dà molte speranze di arrivare a una comprensione, perché scrive che
non c’è modo di sapere cosa sia il Tao. Se non possiamo definirlo, certamente non possiamo definire cosa sia l’essere in armonia con il Tao. Semplicemente, non abbiamo idea di quale debba essere l’obiettivo. Se dunque agiamo, o ci asteniamo dal farlo, con un risultato in mente – questo risultato non è il Tao. Noi possiamo dire, allora, che wu-wei è il non tentare di trovare un risultato.
Il termine wu-wei, che possiamo tradurre con non-agire, fornisce però una nuova chiave di lettura. Come scrivevo nel passo La vita segreta della mente, parlando delle considerazioni di Libet, la coscienza non ha diritto di voto, ma di veto. Qui Watts va oltre, perché secondo lui, agire o non agire per uno scopo, ci fa diventare lo scopo. Vogliamo ottenere risultati dal processo di ricerca dei risultati e, in questa gabbia, l’unico modo di uscire è accorgersi di questa autocontraddizione e non fare più nulla, ed è questo il significato di wu-wei. Watts procede affermando che non c’è nessuno scopo nella nostra esistenza ma, se questo ti deprime, io penso che se davvero hai bisogno di uno scopo, quello è fare esperienze. Ritornando all'”uomo perfetto” citato prima, sei il mezzo con cui la Coscienza fa esperienza del Tutto. Sei tu la spiegazione di ciò che accade, e anche Watts afferma che
Non si spiega ciò che accade dicendo che Dio vuole che accada. Perché se tutto ciò che accade è per intenzione o concessione divina, allora la volontà di Dio diviene semplicemente un altro nome per «tutto ciò che accade».
Il tuo io-spiegazione, ha una particolarità: non può essere spiegato. È un pensiero che definisce, ma che non può essere definito. L’informazione è dentro di te, e tu la conosci, ma nessuno dall’esterno la può osservare, se non intravedendola attraverso ciò che tu stesso esprimi, ma che non potrai mai fare in senso assoluto.
Gödel ci ha dato una chiara prova matematica del fatto che nessun sistema può definire i suoi stessi assiomi senza contraddizione
Ogni tentativo di giungere alla conoscenza assoluta, ci porterà a delle contraddizioni, ma non per questo quella conoscenza perderò di significato.
L’ultima sottolineatura mi ricorda un insegnamento che già allora mi aveva colpito, e che in questa rilettura mi riporta al corretto concetto di libertà, che voglio condividere con te concludendo questo passo:
Attenzione alla falsa libertà di fare come si desidera; per essere davvero liberi si deve essere liberi di fare anche ciò che non si desidera, perché se si è soltanto liberi di fare ciò che ci piace si è ancora legati nel dualismo, intrappolati dai propri capricci.
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