• Ottobre 2019 •
Se hai letto qualcuno dei miei passi, è molto probabile che ti sia già imbattuto in questo autore, per il quale non cerco attivamente nuovi libri, ma quando ho l’occasione di averne uno fra le mani, non perdo tempo per gettarmi nella sua lettura. In questo caso sto parlando de Il libro dei segreti di Osho e posando gli occhi sulla prima sottolineatura provo come sempre la solita sensazione di non cogliere appieno il significato di ciò che è esposto in poche parole. Devo quindi rileggerla, e lo faccio ora insieme a te.
Solo il nulla può essere libero: se sei qualcosa, sarai schiavo.
Il concetto di nulla mi ha sempre affascinato. Non è il “niente”, ma ha una sua dignità d’essere, ed è fortemente collegato al Tutto, senza esserne il contrario. Qui Osho accosta il concetto di nulla a quello di individuo, riferendosi all’identificazione. Se sei identificato con qualcosa (anche con te stesso) non sarai mai veramente libero, perché quell’identificazione ti porterà a sottostare a certe regole (sociali o anche autoimposte) per mantenere in vita quell’identificazione. La ricerca di sé stessi porta a trovare il nulla (personale) per rendersi conto che si è il Tutto (universale). Ma che cos’è questa ricerca? La prossima sottolineatura afferma che
non puoi cercare la verità. Puoi trovarla, ma non puoi cercarla. La ricerca stessa è l’ostacolo. Nel momento in cui cominci a cercare, ti sei allontanato dal presente, da te stesso, perché tu sei sempre nel presente. Il ricercatore è sempre nel presente e la ricerca è nel futuro; non incontrerai mai ciò che stai cercando.
Osho è sempre molto diretto. L’unico punto in cui puoi “essere” è nel presente. Tutto quello che può essere esperito è nel presente, il resto è solo nella mente. Attento però a un potenziale pericolo:
se essere nel presente diventa un obiettivo, questo obiettivo si è spostato nel futuro.
La naturalezza dell’essere, descritta in mille modi da Osho, non risulta di semplice comprensione. Possiamo dire che ogni sforzo ci allontana da noi stessi, ma come fare quindi? Come scrivo spesso nei miei passi, una cosa molto utile è “sottrarre”. Elimina tutti gli strati che nascondono il tuo vero io e, uno dopo l’altro, sarai sempre più vicino a te stesso, con meno sforzi. Ogni “sottrazione” è un processo che necessita di attenzione focalizzata. Addirittura Osho scrive che
se la tua attenzione si trova nel terzo occhio, la semplice immaginazione è sufficiente per creare qualsiasi fenomeno.
Non pensare alla meditazione, al terzo occhio, ai chakra, altrimenti cadrai nel tranello di poggiare su qualcos’altro per centrarti su te stesso. Se fossimo veramente concentrati, quello che dice Osho sarebbe naturale, l’immaginazione porterebbe direttamente alla creazione. Siccome questo, per la quasi totalità delle persone, non avviene, significa che è falso? Credo che la risposta possa venire solo dalla nostra esperienza diretta, che però dev’essere obiettiva. Non posso dire che sono concentrato, se questo stato dura pochi istanti, e non mi accorgo nemmeno quando termina, perché il flusso dei pensieri l’ha spazzato via. Per la mia esperienza, cercare la concentrazione continua, o almeno sufficientemente lunga e focalizzata per creare un “fenomeno”, come scrive Osho, non è una strada percorribile. È molto meglio portare avanti il processo di “sottrazione” a cui accennavo prima, e strato dopo strato “sentirsi” una persona diversa. Quel “sentire” porta a una visione diversa di quello che ci circonda, e quest’ultima porta a sua volta a una percezione diversa, che altro non è che una vita diversa. Non è forse creazione questa? Dare attenzione solo a determinati pensieri (il nostro libero arbitrio) è ciò che ci porta alla realizzazione di quei pensieri. Stiamo però sempre e comunque parlando di pensieri che ci autodefiniscono, magari in un modo che ci piace di più, ma che a un certo punto dovremo lasciar andare, per riscoprire nuovamente chi siamo.
Se manca il divenire, non c’è tensione. Cerca di capirlo con chiarezza. Se non esiste divenire, come può esserci una tensione? Tensione significa che vuoi essere qualcosa che non sei.
Divenire sembra una bella parola, delicata, e orientata verso quello che vogliano essere, ma in realtà ci attrae verso il futuro, sradicandoci dal presente e portandoci alla periferia della nostra esistenza.
L’uomo è come in un cerchio senza un centro. La sua vita è superficiale, è solo sulla circonferenza. Vivi all’esterno: non vivi mai nell’interiorità. Non puoi, a meno che non trovi un centro.
Ci spostiamo sulla circonferenza per scorgere cosa c’è al di là di essa, cambiando continuamente punto d’osservazione, perché non troviamo mai quello che cerchiamo, fino a che non rivolgiamo lo sguardo all’interno, cogliendo il centro. Da quel momento, gli infiniti punti che formano la circonferenza possono convergere verso l’unico punto che dà significato al cerchio. Circonferenze via via più piccole, contenendo sempre infiniti punti, diventano il centro. Quello è il momento in cui infiniti punti diventano uno, senza perdere la loro infinità.
In ogni passo mi sforzo sempre di trasmettere qualcosa con le mie parole, anche se mi è chiaro che
il significato non è portato dalle parole: il significato viene attraverso l’esperienza. Le parole sono sprovviste di senso.
Non posso dirti cosa fare, perché non lo capiresti senza farlo tu stesso, ma quello che tento di trasmetterti, Osho lo scrive in questo modo:
Quando vedi che ogni cosa è dentro di te, diventi l’universo.
Non è sufficiente guardarsi dentro per essere l’universo, se usi gli stessi mezzi con cui osservi l’esterno. La tua mente tende a separare per comprendere. Apre il “giocattolo” per capire come funziona al suo interno, per trovare le parti che lo compongono e capire come interagiscono fra di loro. Quando però ha in mano solo i pezzi di qualcosa che prima era “uno”, non ne ritrova la gioia che provava mentre era immersa nel gioco. Il “giocattolo” si è rotto. Se quindi guardi dentro di te e cerchi i pezzi che ti compongono, stai usando l’approccio della mente, che hai capito dove porta. Fortunatamente ci sono altre vie.
Quando riesci a guardare attraverso il cuore, l’intero universo appare come un’unità. Quando ti avvicini con la mente, l’intero mondo diventa atomico.
La mente è divisiva; si sente separata da ciò che osserva, da cui nasce la percezione sia per la propria esistenza che per l’esistenza dell’osservato. Il cuore è inclusivo, “sente” invece che essere distratto dal “guardare” e dal “giudicare”. Questo sentire, se usiamo il cuore invece che la mente come lente per approfondire la comprensione di particolari che non ci spiegavamo, ci porta ad una risposta che elimina molte delle incongruenze che la mente non riesce a risolvere.
Un cuore senza mente è solo “sentire”, ma una mente senza cuore porta ad una visione molto limitata e superficiale della comprensione. La mente è conscia del cuore e può ignorarlo o esserne travolta. Esiste una terza via: usare la mente (non “essere” la mente) per trascendere cosa sta vivendo il cuore, andando oltre entrambi. Nell’ultima sottolineatura del libro, Osho riprende Freud e afferma che
se ti abbassi e diventi un animale, sarai felice ma non lo saprai. Se sei nella mente puoi saperlo, ma non puoi essere felice. Le ricerche orientali dicono che se vai al di là della mente sarai felice e anche consapevole: questo è un terzo punto, la prospettiva del trascendente. Perciò questi sono tre punti. L’uomo è nel mezzo.
Abbiamo l’opportunità di possedere un livello di coscienza che ci permette di essere autoconsapevoli della gabbia concettuale che imprigiona la nostra comprensione. La porta della cella è aperta; sta a noi decidere di uscire e di far cadere le logiche utilizzate per crearla, aprendoci alla comprensione del Tutto.
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