• Agosto 2016 •
Tipicamente in Agosto ho più tempo per leggere, e l’Agosto del 2016 non ha fatto eccezione, dandomi la possibilità di dedicarmi a tre libri, che oramai sei abituato a ritrovare nei miei passi. Il primo di questi passi fa riferimento al testo La chiave suprema di Charles Haanel, lo stesso autore di Chimica mentale, da cui era nata la mia conoscenza dell’autore.
A volte ci si imbatte in un argomento, e solo dopo si scopre che quel tema nasce dai ragionamenti di una persona, di cui magari si sono lette altre opere. È questo il caso in cui l’argomento è la legge di attrazione e la mente da cui nasce questa idea è quella di Charles Haneel. Nato nel 1866, scrisse il suo primo libro nel 1912, The master key system per l’appunto, ma in realtà i concetti espressi nel libro nascono come un corso settimanale che veniva spedito agli abbonati, sotto forma di esercizi su cui lavorare settimana dopo settimana.
Non discuterò in questo mio passo del metodo, che se approcciato superficialmente nella sua espressione più evidente può portare a facili fraintendimenti, ma come di consueto riprenderò le mie sottolineature, per rileggerle insieme. La prima di queste riporta
Io posso essere ciò che voglio
Molte persone, quando leggono un’affermazione del genere, tendono a pensarla applicata ad una versione futura di loro stessi, che tipicamente ha realizzato un desiderio attuale. Questa separazione fra l’ottenimento futuro e il desiderio attuale potrebbe essere oggetto di un dibattito interessante, ma vorrei rimanere sul concetto che per me è racchiuso nella sottolineatura. Questa afferma che qualsiasi cosa vogliamo essere, è possibile, non in un istante futuro, ma semplicemente ora. L’unica cosa che ci limita sono le nostre credenze o meglio, l’unica cosa che ci definisce solo le nostre credenze, e le credenze non sono altro che pensieri sedimentati ed accettati profondamente da noi. Cominciamo quindi a pensare diversamente, e questi nuovi pensieri diventeranno prima un’abitudine e poi muteranno in una credenza, che quindi definirà il nuovo te. Di conseguenza, un nuovo te guarderà le cose in modo altrettanto nuovo, con il risultato di percepire l’ambiente esterno in maniera differente, ma assolutamente in linea con i nuovi pensieri.
Questo ragionamento ci porta più vicino a comprendere che siamo noi che creiamo tutto ciò che ci circonda (in un prossimo passo metteremo comunque in discussione questa falsa separazione), e lo facciamo continuamente, consciamente e inconsciamente.
Per cercare di limitare la parte inconscia, a favore di una maggior presenza di quella conscia, prima di tutto è necessario (ricollegandoci alla prima sottolineatura) sapere cosa vogliamo essere. La prossima sottolineatura ci viene in aiuto, dandoci il parere di William Shakespeare, che scrisse:
Per essere vero con te stesso, devi evitare, notte e giorno, di essere falso con il prossimo
Questa affermazione entra in corto circuito se consideriamo il prossimo come una proiezione di noi stessi, come descritto nel passo Il Potere del Cervello Quantico. Non cerchiamo quindi nel giudizio degli altri la definizione della nostra persona (costruita sui nostri comportamenti), ma rivolgiamoci direttamente a quella persona (spogliata da tutti gli abiti con cui si mostra agli altri) per ri-scoprire chi è e cosa vuole. Questa è la vera domanda, legata ad ogni persona, e la prossima sottolineatura pone addirittura in dubbio la necessità della nostra esistenza, chiedendo
Perché è necessario l’individuo? Per rendere dinamico l’Universale, che è statico.
A questo punto si aprono scenari che vanno ben oltre il singolo individuo, introducendo l’Universale (che potremmo chiamare anche Tutto Unico, Dio, o qualsiasi nome vibri maggiormente nel vostro Sé per definire quel sottofondo che non riuscite a delineare meglio, ma di cui sentite di far parte). Ma perché questa contrapposizione fra dinamismo dell’individuo e staticità dell’Universale? L’autore qualche riga dopo aggiunge inoltre che
Se lasciato solo, l’Universale è mente pura ma inattiva
In realtà non sono molto in accordo con l’autore (ora che scrivo questo passo), ma sicuramente al tempo della prima lettura queste parole mi avevano colpito. Credo che l’autore si riferisse, non dicendolo espressamente, al concetto di tempo assolutamente presente per ogni individuo, ma altrettanto assolutamente assente nell’Universale. Se non c’è tempo, non può esserci dinamismo, mentre per ogni individuo che ha percezione del tempo viene naturale immaginare una successione di eventi “dinamici” posti su di una sequenza temporale, che hanno definito e definiranno chi siamo.
Ma siamo proprio certi di ciò? Volutamente nella frase precedente ho dovuto sforzarmi per tralasciare l’unico momento che conta, ossia l’istante presente. Dov’è il passato? Lo puoi prendere da qualche parte e portarmelo a prova della sua esistenza? O si trova solo nella tua mente? E in maniera analoga, ancor più semplice da comprendere, dov’è il futuro se non nella tua mente? Come individuo, puoi tendere a quel futuro solo compiendo azioni nell’istante presente. Invece, come Universale che comprende qualsiasi cosa, tutto già esiste, in ogni sua possibile combinazione, senza la necessità di muoversi verso qualcosa per ottenerlo, per cui il concetto di statico assume questo significato.
Concludendo, la nostra individualità (manteniamo ancora per un po’ questo concetto) non è separata dall’Universale, ma ne fa parte, per cui ad ognuno di noi sarebbe accessibile quella parte di tutto-ciò-che-esiste-in-ogni-sua-combinazione che è disponibile già nel presente, se solo fossimo disponibili ad accettarlo.
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