• Aprile 2020 •
Avevo sentito parlare di Alejandro Jodorowsky, ma non ne conoscevo l’esistenza poliedrica che emerge dalla sua autobiografia La danza della realtà. Partendo dalla sua infanzia, racconta fatti che sembrano incredibili, e sempre più trascina il lettore nelle sue considerazioni che mutano e si consolidano negli anni. Una serie di eventi che generano in lui nuove domande, e che mi hanno donato nuovi punti di vista. Riprendo la prima sottolineatura e ne sono immediatamente e nuovamente rapito.
Sono soltanto una tappa nel cammino dello spirito che viaggia verso la fine del tempo. Chi sarò fra tre secoli? Che cosa? Da quali forme sarò veicolato? Fra dieci milioni di anni la mia coscienza avrà ancora bisogno di un corpo? Dovrò ancora usare i miei organi di senso? Fra centinaia di milioni di anni dividerò ancora l’unità del mondo in visioni, suoni, odori, sapori, immagini tattili? Sarò un individuo? Un essere collettivo?
Fra queste sue domande emerge non solo la consapevolezza che siamo esseri in continua evoluzione, ma che l’evoluzione stessa ci trasforma in qualcosa che al momento non possiamo nemmeno immaginare. Quello che ancora più mi affascina, è che questo percorso di centinaia di milioni di anni, futuri e passati, avviene nell’eterno istante presente, in tutte le sue forme, le sue possibili combinazioni e i suoi esiti, e la percezione del tempo è data solo dall’esperienza nel mondo duale che ci permette di accorgerci di tutto questo. Siamo immersi in un universo che ci serve da specchio, per riuscire a scorgere noi stessi nel suo riflesso, e la nostra interpretazione crea il mondo stesso.
L’immagine che abbiamo dell’altro non è l’altro, bensì una sua rappresentazione. Il mondo che ci viene imposto dai nostri sensi dipende dal nostro modo di vederlo. Per noi, in un certo senso, l’altro è quello che crediamo che sia.
Creiamo quello in cui crediamo (consapevolmente o inconsapevolmente) e, nel farlo, facciamo esperienza. Tutte queste esperienze, e tutte queste “esistenze percepite” attraverso le quali si vivono, accrescono la conoscenza del Tutto.
Alla fine dei tempi, quando il nostro spirito avrà raggiunto il massimo sviluppo abbracciando la totalità del Tempo, nessun essere, per quanto insignificante, verrà mai dimenticato.
Questo significa che nessuna esperienza, di nessuna coscienza, verrà persa, in quanto fa parte della Coscienza universale. Quasi come a proseguire questi ragionamenti, la prossima sottolineatura riporta il fatto che
L’esperienza vitale è irreversibile.
Ogni esperienza è unica, non può essere riprodotta né essere “riavvolta” per viverla in maniera diversa. A tutti è capitato di pensare che, tornando indietro, avremmo potuto dire o fare cose diverse, per ottenere un risultato differente o, spesso, per evitare quanto accaduto. Questo non ha molto senso, poiché quanto accade è sempre la migliore cosa che può avvenire, al fine di farci comprendere qualcosa. È la nostra mancata comprensione che ci riporta in situazioni simili, che non sono altro che nuove opportunità di comprensione. Come ho già scritto in altri miei passi, fai attenzione alle ripetizioni legate alle emozioni. Questo porta alla sedimentazione di strati nel nostro subconscio, che da un lato ci allontanano dal nostro vero Sé, e dall’altro non fanno altro che aggiungere inutilità che dovremo sottrarre successivamente. Jodorowsky afferma che
L’inconscio non è scientifico, è artistico. Lo studio delle famiglie va condotto diversamente.
Senza ulteriori precisazioni, è difficile capire questa frase. Bisogna sapere che Jodorowsky, oltre ad essere artista, è anche uno studioso degli esseri umani e prima di tutto di sé stesso. Ha coniato il termine psicogenealogia per indicare lo studio dell’albero genealogico, inteso come un individuo, un essere vivente. Le relazioni all’interno di un albero genealogico, per essere comprese, non vanno interpretate, ma vissute, come dentro un sogno (da qui la contrapposizione fra scientifico e artistico). L’autore afferma che bisogna fare pace con il proprio inconscio, per trasformarlo in un alleato. Se la famiglia che vive in noi fa parte di quegli strati dell’inconscio di cui parlavo prima, questo “fare pace” significa rendere un archetipo ogni nostra figura familiare, soprattutto quelle che hanno portato un trauma nella nostra infanzia. Jodorowsky dice che queste figure vanno “innalzate”, immaginando che diano il meglio di loro stesse. Tutto ciò che diamo a queste figure, lo diamo a noi, mentre tutto quello che gli togliamo, parimenti lo togliamo a noi. Una chiara idea di ciò che queste persone hanno fatto, delle emozioni che hanno scatenato, e di quelle che ancora oggi fanno emergere, deve procedere con la scelta del rimedio che si intende adottare. Guidando questo “sogno artistico” verso la realizzazione di questi parenti “problematici”, dobbiamo eliminare il rancore. Questo va sostituito con il perdono (di cui parlo nei passi Ricordati chi sei anima antica e No time for karma), per condurre tutti i personaggi della nostra famiglia alla loro versione migliore, epurata dagli errori dei rami che li precedono. Jodorowsky dice che l’albero viene giudicato dai suoi frutti, non dalla sua forma (un albero maestoso con frutti acerbi è considerato cattivo, mentre un albero deforme con frutti dolci è considerato buono) e conclude dicendo che siamo noi il frutto che dà valore all’albero. Decidiamo quindi di essere buoni frutti, prima di tutto amando noi stessi.
L’ultima sottolineatura riprende proprio questo concetto, estendendolo oltre i nostri confini, poiché
amare significa essere contenti di ciò che si è e di ciò che sono gli altri.
Perché è necessario essere contenti di ciò che sono gli altri? Non volendo qui riprendere l’errata dicotomia fra il sé e gli altri, che ci porta ad una falsa idea di separazione, mi concentrerò su qualcosa di molto più pratico. Come possiamo veramente amare se altre persone suscitano in noi sensazioni di rifiuto perché le reputiamo “sbagliate”? La vera domanda è: perché le reputiamo sbagliate?
Cosa c’è in noi che non va (non siamo contenti di ciò che siamo?), di modo tale da indurci a non essere contenti di ciò che sono gli altri?
Questo punto di vista può essere rivolto anche ad altri che consideriamo superiori a noi per qualche aspetto, al punto tale da invidiarli.
Cosa c’è in noi che non va (non siamo contenti di ciò che siamo?), di modo tale da indurci a non essere contenti di ciò che sono gli altri?
Se siamo contenti di noi, sotto ogni aspetto, crollano i paragoni con gli altri, e questo ci permette di vederli sotto la loro vera luce; non avremo più ragioni di vederli sbagliati o, per contrapposizione, superiori, e questo ci permetterà di goderne appieno.
Partiamo da noi. Siamo più comprensivi con noi stessi, qualsiasi cosa accada. Accettiamoci e, soprattutto, perdoniamoci.
Vuoi rimanere aggiornato sui miei passi? Iscriviti alla mailing list.
Riceverai una mail quando pubblicherò un nuovo passo o ci sarà una novità interessante di cui renderti partecipe.
Articoli recenti
Pensa come un monaco – Jay Shetty
• Maggio 2022 • Ogni tanto accade che il titolo di un libro attiri la mia attenzione, e l'incitazione Pensa come un monaco ha acceso la mia curiosità. L'autore del libro, Jay Shetty, [...]
Universi paralleli del Sé – Frederick E. Dodson
• Settembre 2021 • In un gruppo di discussione su di un social, stavo leggendo dei commenti che riportavano dei libri che avevano in qualche modo cambiato il modo di pensare delle persone [...]
Un corso in miracoli – Foundation for inner peace
• Dicembre 2020 • Preferisci avere ragione o essere felice? Questa frase la lessi la prima volta nel libro No time for karma, dove in origine sentii nominare Un corso in miracoli. Anche [...]